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Devo fare un tema per la professoressa di storia, dal titolo “Vizi di famiglia”. Pare facile! Non so davvero da che parte iniziare. Ho  chiamato Anna, la mia amica secchiona e ovviamente mi ha portato nel suo posto preferito: la biblioteca.
 “Siamo vicine alla maturità” mi ha detto bofonchiando, “ti vuoi dare una regolata Lucrezia?”. E così abbiamo sfogliato non so quanti volumi storici, biografie di principi, re, papi, donne, tutti con un unico comune denominatore: i vizi di famiglia! Ne hanno davvero combinate di tutti i colori quelli là, mi sono detta,  superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia. Poi mentre sfogliavo qua e là i volumi,  l’occhio mi è caduto su un libricino con su un’illustrazione di un paese dal nome strano, “Godano” in provincia di La Spezia e c’era anche una data sulla copertina : 1525. Non so cosa diamine avesse a che fare con la catalogazione ”vizi di famiglia”, e così incuriosita,   ho deciso di leggerlo subito sfogliandolo velocemente, fin quando sono capitata in una parte della storia che mi ha dato lo spunto per iniziare a scrivere il  mio tema. Un po’ di appunti e sono pronta per partire, mi sono detta . Mentre faccio la strada di casa ripenso ad un  nome che ho letto tra le pagine: Lucrezia. Si chiama proprio come me e se ne parla a proposito di quel che è successo a Godano nel 1525.  A casa, distesa sul letto, pancia sotto, rileggo il libro per la seconda volta e mi soffermo a pagina 26, perché in quelle pagine si parla della storia di questa donna, che credo sia giovane, una donna che ha il mio stesso nome  e dei vizi di famiglia di una famiglia nobile. Ci siamo! Afferro la penna e inizio subito a scrivere prima che mi passi il lampo di genio e ricada nella mia solita pigrizia. Eppure sono irrequieta e forse, forse  ho capito perché….

**
“Era il 1525. Quella notte gli abitanti di Godano fecero festa. Messe da parte le forche, i bastoni e le picche, si ubriacarono e sognarono una vita diversa. Le loro donne erano in salvo, finalmente. Quel farabutto le aveva stuprate tutte, una ad una perché a Godano vigeva la legge secondo la quale le donne andate in sposa dovevano passare la loro prima notte di nozze nel letto del loro signore e padrone.
Le vecchie raccontavano ai nipoti che  da secoli i Malaspina rubavano le donne del paese, se le portavano via all’improvviso e le violentavano “per diritto” e se avevano fortuna le rimandavano a casa, altrimenti le facevano fuori, senza una ragione apparente.  
Alessandro Malaspina, era il peggior aguzzino  che si fosse mai visto a Godano. Una cicatrice gli segnava il viso dall’occhio sinistro fino alla bocca, aperta in un ghigno che faceva paura solo a vederlo. Era il giovane signorotto del paese,  marchese di nascita,  e se la spassava a bere e ad andare nelle peggiori bettole, mentre la  giovane e bella moglie, aveva come unico compito quello di mettere al mondo i figli.
Alessandro era figlio di Antonio Malaspina, e dal padre aveva ereditato le peggiori cose: una stirpe di bastardi la cui vita aveva un solo scopo quella di fare del male per il gusto di farlo e di trarne  piacere da esso.
Lucrezia aveva sedici anni . Era andata al fiume a lavare i panni di suo marito Lorenzo che aveva sposato da nemmeno un mese. Si erano sposati per amore e perché attendevano un figlio. Era stato il loro segreto perché se Malaspina lo avesse saputo non ci avrebbe pensato due volte ad uccidere Lucrezia, che non era piu’ vergine.
Alessandro la prese  mentre aveva le braccia nel fiume, intanto che  con la tinozza cercava di tirare su l’acqua necessaria per fare il bucato. La caricò sul suo cavallo senza che Lucrezia potesse  nemmeno rendersi conto di quanto le stava accadendo. Non riusciva nemmeno a piangere, tanto il dolore che quella mano le procurava sul ventre era forte. Malaspina la condusse fino alla rocca e tra le urla della ragazza la violentò ripetutamente fin quando si rese conto del suo ventre gonfio sotto il vestito. Pieno di rabbia la prese con tale violenza finché Lucrezia si arrese. Non gridava più.  Un fiotto di sangue le colò tra le gambe divaricate ed  ebbe paura. Nei suo occhi passarono immagini di una vita breve perché si era resa conto che stava  muorendo insieme a suo figlio.
Lucrezia non  fece più ritorno a casa.

Erano passati sette giorni da allora e gli abitanti di Godano cercarono Lucrezia in ogni angolo del paese,  ma di lei non fu trovato nulla.
La gente del villaggio si fece coraggio e decise di farla finita una volta per tutte. Quasi duecento persone armate di forconi, bastoni e sacchetti pieni di sabbia, si radunarono nella radura di Godano dove sorgeva il bosco e attesero il Marchese Alessandro.
Da tempo  lo stavano spiando  e sapevano che di mercoledì si spingeva fino ai confini del bosco in cerca di animali da abbattere. Aveva sete di sangue e godeva della sofferenza altrui.
Il giovane marito di Lucrezia, con un fazzoletto che gli copriva il volto, lo attese ai piedi della quercia, nel punto in cui  un cerbiatto giaceva infilzato dalla lancia di Alessandro. Lorenzo era nascosto dietro ad un  cespuglio e Alessandro si accorse di lui solo dopo che ebbe sfilato  dalla carcassa del cervo la lancia. Lorenzo gliela tolse di mano e  con un gesto rapido ed inatteso la infilzò  nel cuore del marchese. Un rivolo di sangue gli uscì dalla bocca e Malaspina morì sul colpo  senza nemmeno rendersi conto che quella era stata la fine  che si meritava. Lorenzo inferse sette colpi, più volte nel cuore di Alessandro: sette come sette erano stati i giorni dalla morte di Lucrezia, sette come sette erano stati i Malaspina prima di lui che avevano arrecato dolore e morte a Godano; sette come gli anni che aveva atteso prima di sposare Lucrezia  e sette i mesi in cui la donna  aveva portato in grembo segretamente loro figlio mai nato. Sette come i figli di Alessandro, stirpe dannata, ed infine, sette come le foglie che giacevano attorno al suo corpo macchiate dal suo sangue. Sette come i figli di Alessandro:  sette colpi inferti nel suo cuore, i colpi della vendetta, che lavava via ogni vizio, il più brutale tra tutti, quello che ruba l’amore e lo riduce a schiavitù, dolore, sofferenza, sangue e morte.
Lorenzo sfilò infine la lancia dal corpo di Alessandro e insieme ai duecento abitanti del villaggio che lo attendevano,  si incamminò verso la rocca.
 Un gruppo di contadini, mise a ferro e a fuoco il castello del signore che ora giaceva morto e senza sepoltura ai piedi dell’antica quercia.
Nessuno scampò alla furia e alla pietà degli abitanti di Godano, nemmeno il più giovane dei sette
Figli di Alessandro Malaspina.  Fu risparmiata solo sua moglie”.

**
Il tema è fatto. Mi sono sforzata di scriverlo bene e di usare anche un linguaggio un po’ ricercato, cercando di rimanere fedele alla storia. Tutto sommato penso di avere fatto un lavoro decente.
Tuttavia  sono triste perché sto pensando a Lucrezia, che era così giovane e  sto immaginando i pensieri del marito della donna, di come potesse sentirsi dopo avere ucciso Alessandro, a quel senso di vuoto  che deve avere provato quando tutto era finito. Alla sua vendetta che non gli aveva restituito Lucrezia. Sto immaginando quella donna che ha il mio stesso nome, sto pensando a come potesse essere il suo viso, i suoi occhi, i suoi capelli. Sto pensando ai suoi pensieri e li sento, li avverto dentro me, e ho paura perché ho provato la sua paura. Sto pensando che io vivo nel 2010 e che nel 1525 si poteva morire solo perché un uomo aveva deciso che tu non valevi niente.
Per un attimo le pagine di un libro mi hanno fatto capire cosa voglia dire morire per i vizi e la violenza di altri che davano così poca importanza alla vita. Ora che sono sola in questa stanza sto pensando che a  volte le storie, certe storie,  ci coinvolgono e ci fanno riflettere  e ci fanno anche crescere. A me è successo questo.
I miei pensieri sono interrotti dal  telefono che squilla.
“Pronto? Ah sì  , ciao Anna. Sì l’ho fatto il tema, sì certo”.
Anna mi ha detto “Brava Lucrezia, andrà benone lo sento!”. “Grazie”, le ho risposto, eppure questa notte io mi sento tanto triste e  ora chiudo gli occhi  in cerca del sonno che forse non verrà.

 
Eufemia
(scritto sulla musica dei Nightwish in "Eva" qua )


N.B. L'espressione Ius primae noctis (dal latino, letteralmente diritto della prima notte) indicherebbe il diritto di un signore feudale di trascorrere, in occasione del matrimonio di un proprio servo della gleba, la prima notte di nozze con la sposa
 

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