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Cecilia era stata una bambina felice ed aveva avuto un’infanzia singolare. Una bambina fortunata quando ancora le città-mostro erano solo immagini lontane e i bambini giocavano in strada a piedi nudi.
Cecilia aveva vissuto in una grande casa piena di persone che le volevano bene, qualche bambola e giochi inventati dalle sue mani. Perché i giochi più belli ancora li inventavano i bambini e non c’era bisogno di niente altro che la fantasia.
E poi aveva un giardino grandissimo che amava immensamente e dove qualche volta si fermava con aria sognante a guardare i meravigliosi fiori del colore del cielo di cui non ricordava mai il nome. Un nome difficile da dire “ortensie”, eppure tra tutti i fiori del suo meraviglioso giardino, quelli erano i fiori che Cecilia amava di più. E Cecilia ogni giorno ne respirava il profumo che la faceva sentire eternamente felice e si perdeva in quell’azzurrità e sognava..sognava..sognava…Una vita perfetta quella di Cecilia, finché un giorno si avvicinò il suo sesto compleanno e tutto cambiò.
Mamma e papà che vivevano al nord erano venuti a prenderla e così Cecilia dovette lasciare la sua grande casa, i suoi giochi inventati e il suo giardino d’ortensie, e andare a vivere nella grande città dove per comunicare la gente usava uno strano oggetto che Cecilia non aveva nemmeno mai sentito nominare e che chiamavano telefono.

Non capiva perché doveva lasciare quel mondo perfetto dove aveva vissuto fino ad allora, e andare in un posto che non avrebbe mai amato. Eppure d’ora in poi – le era stato detto – sarebbe cresciuta felice come una brava bambina di città, avrebbe imparato tante cose nuove e conosciuto tanti amici e avrebbe potuto scegliere in un negozio da sogno, i più bei giocattoli del mondo. E poi – pensa Cecilia! - avrebbe spedito qualche cartolina e qualche lettera perché avrebbe imparato anche a scrivere. Non era meraviglioso tutto questo? Non era ciò che poteva desiderare sopra ogni cosa?
Eppure Cecilia che era una bambina di quasi sei anni si chiedeva se era quella la felicità che l’attendeva o se, se la lasciava alle spalle.
Cecilia non aveva scelta, non questa volta. E disse sì, come potrebbe dire sì una bambina di quasi sei anni alla quale si fanno tante promesse speciali. Era piccola ma sentiva che quella non era una scelta giusta, non per lei. Eppure doveva partire e andare nella città-mostro che una volta aveva visto alla televisione della ricca signora che abitava di fronte alla grande casa e che si poteva permettere quello strano aggeggio che a Cecilia non serviva proprio.
Un treno la portò via tra lacrime che scendevano dal suo viso spargendosi tra i capelli come mille minuscoli cristalli.

Addio! Addio! Cecilia chiuse gli occhi e vide tante immagini bellissime: volti di persone amate, cose belle che ora sarebbero diventate solo immagini sbiadite e l’azzurro dei suoi fiori preferiti. Ne sentiva il profumo e la soave purezza e decise allora che in qualunque momento della sua vita, li avrebbe ricordati per sempre.
**

Gli anni passarono e Cecilia giunse alle soglie dell’adolescenza. Il tempo l’aveva rincorsa inutilmente perché in fondo era rimasta come tanti anni prima: lunghi capelli che soleva legare col suo nastro di seta blu. Non se l’era cavata male in quegli anni e d’estate era sempre tornata nella sua grande casa e dai suoi fiori azzurri. Ma sapeva che era solo per poco e che ogni volta un treno l’avrebbe portata via lontana dai suoi sogni perfetti. Ogni volta era stato come ricominciare da capo ed ogni volta le era costato fatica e dolore. Anche se i grandi la capivano poco e sembravano felici di averle dato l’opportunità di essere una bambina di città, Cecilia aveva sempre sperato che un giorno tutto sarebbe cambiato e che sarebbe tornata nella sua grande casa. E poi aveva deciso di non piangere più perché piangere in fondo non serve a nulla ed è “una cosa da bambini piccoli “, le aveva detto la maestra anni prima.

Poi un giorno comprese che nella vita non si poteva sempre avere tutto e che era inutile sperare di cambiare le cose e che quella era la sua vita. E che in fondo voleva bene a mamma e papà anche se, in cuor suo, non avrebbe mai perdonato loro di averla portata lontano dal suo mondo perfetto. E allora capì che tanto valeva cambiare e provare ad essere felici anche così, anche nella grande città che fino ad allora aveva odiato. E voltando una per uno le pagine della sua vita, decise per l’ultima volta di tornare ad essere di nuovo quella bambina che per tanto tempo aveva relegato in un angolo della sua mente e pianse tutte le lacrime che da tanto tempo conservava in fondo al cuore.


Dedico questo racconto a tutti i bambini che come me, hanno vissuto il dramma dell’emigrazione con tutto quello che comporta e che almeno in me, ha lasciato solchi profondi nell’anima e che ho avuto il coraggio di elaborare con grande dolore e rimpianto solo in questi anni.

**

Non so se il vocabolo “azzurrità” esista e si possa usare nella lingua italiana, ma ricordo di averlo letto in una poesia e che mi era piaciuto particolarmente e così ho deciso di utilizzarlo nel racconto  come immagine evocativa dei fiori amati da Cecilia.



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