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In questo racconto ho immaginato che la speranza del nuovo anno

fosse affidata a due giovani che riscoprono la vita, in un Gennaio del lontano  1944, mentre sul cielo di una città martoriata dalla guerra,  cadono le bombe…

 

 

 




L’anno volgeva al termine. Un altro anno senza speranza e senza memoria.

Jeanne lavorava all’ospedale di Chartres, dove ogni giorno arrivavano i soldati feriti dal fronte. Ella aveva conseguito il diploma di infermiera professionale qualche tempo prima che la guerra avesse inizio e malgrado i suoi 24 anni, si era trovata nell’inferno dei feriti.

Era bella Jeanne, e sorrideva a tutti, anche alla morte che continuava a prendersi gioco di lei e della sua giovane vita, ma Jeanne non voleva scendere a patti con essa e mestamente riusciva a sopravvivere in quell’universo di dolore.

 

Egon aveva rinunciato alla laurea in medicina, non ce l’aveva fatta a terminare gli studi e la guerra aveva spazzato tutti i suoi sogni. Ma ne sapeva abbastanza – andava ripetendosi – per aiutare quei poveri corpi che giungevano dalla trincea. Ogni giorno, in un macabro rito alla quale non si sarebbe mai abituato, raccoglieva ciò che di quei giovani rimaneva, e li conduceva all’ospedale di Chartres.

Durante i viaggi estenuanti per le strade minate, gli sembrava di avere conosciuto sino ad allora solo quell’orribile puzzo di sangue che penetrava nella pelle, nelle narici e nel cuore, mentre  con forza d’animo andava dissimulando le ferite che laceravano la sua anima.

Quel sentirsi un poco utile gli dava l’impressione di rimanere ancorato ad una parte di realtà che di notte, almeno negli incubi, egli andava fuggendo.

Allora si sforzava di sognare e rivedeva i giorni colorati di luce, mentre correva nei prati della Camargue, in groppa al suo cavallo, cavalcando sogni ed aneliti di eternità.

Poi era scoppiata l’orribile guerra e lui, non si sa come, era riuscito a non partire per il fronte. Sospettava l’influenza di suo padre, politico influente, ma si era affrancato da quel debito arruolandosi come volontario nell’ospedale di Chartres.

 

 

Egon la vedeva ogni mattina, con il suo camice  bianco, mentre donava carezze ed attimi di effimera felicità, ai giovani feriti che giungevano dal fronte…Come diceva quell’antico poeta italiano? “Lasciate la speranza Voi ch’entrate…”, eppure in quell’inferno senza sogni, Jeanne regalava ancora una parvenza di normalità.

La osservava mentre impartiva ordini alle giovani apprendiste infermiere improvvisate, fanciulle sottratte ad una vita normale, che si portavano le mani agli occhi, soffocando gemiti di dolore  e lacrime.

Il sorriso di Jeanne illuminava di una luce quel luogo incolore, dove i sogni parevano avere lasciato per sempre la loro dimora.

Era l’ultimo giorno dell’anno, 31 Dicembre 1945 ed il cielo di Chartres era oscurato dal fumo delle bombe e dai combattimenti che oramai avvenivano in ogni angolo della città.

Un’eterna notte sembrava essere scesa a coprire il cuore dell’antica città. Ma quel giorno, si disse Egon, voleva tornare a vivere e così la raggiunse nel prato dietro all’ospedale, dove Jeanne scrutava l’orizzonte tetro della guerra, avvolta nei suoi pensieri.

Indossava la mimetica ed un elmetto, eppure il suo viso, era ugualmente bello, così come se lo ricordava da sempre, come se ella si facesse beffa della morte che aleggiava in quei luoghi senza ritorno.

Lei si accorse di non essere sola e si voltò, e guardò Egon negli occhi e senza nulla dire, li abbassò. Lui si mise accanto a lei offrendole una sigaretta che lei non prese, e poi gli disse:
”Sai.. ieri.. Catherine se ne è andata per sempre. Era salita su una camionetta….diretta in città…voleva fare un regalo a sua madre…un profumo di Coco Chanel…Aveva risparmiato tutto l’anno per poterglielo regalare e ora non c’è più…Una mina…le ha tolto tutti i sogni e le speranze..”.

Egon ascoltò le sue parole e tutto quello che aveva nel cuore da dirle da tempo morì dentro di lui.

“Non è giusto – disse Jeanne – aveva solo 20 anni!”.

Allora la giovane donna fece un gesto che Egon non attendeva: trovò la forza di aggrapparsi a quel giovane sconosciuto che le stava a fianco e che la cinse in un abbraccio che sapeva di speranza e puzzo di alcool. L’odore della vita ed il tanfo della morte, avvolti entrambi in un macabro sodalizio, sotto il cielo di una città che andava morendo.

Jeanne lo guardò negli occhi e gli disse semplicemente: “Andiamo…Devo tornare da loro, l’inferno mi aspetta”.

“Aspetta”, le rispose Egon.

“Io vorrei…io vorrei che una volta sola, prima che il sole tramonti dietro la cappa di fumo, che tu donassi a me solo, uno dei tuoi sorrisi…Jeanne”.

Lei le rispose: “Come ti chiami?”.

“Egon…”, rispose lui.

Lui le  asciugò il volto con il lieve tocco delle sue dita facendole assaporare per un istante, un fremito che sembrava essersi estinto per sempre nei giorni dell’infinita guerra.

Mentre l’eco dei mortai e degli scoppi di bombe tornavano a riempire il cuore della città, Jeanne donò ad Egon il suo sorriso più bello, uno sprazzo di eternità nel buio di quei giorni.

“La città è caduta nel silenzio…Il sole non emana più luce…Ogni cosa va finendo…”, disse Jeanne.

“Un nuovo anno va ad iniziare…fa tanto freddo…ma la luce tornerà su questo mondo”, le rispose Egon.

Per un breve istante sembrò loro che una scheggia di quella che gli uomini chiamano la luce dell’eternità fosse nuovamente tornata a brillare.

 

 

 

 

 

 

Post scriptum: per il personaggio di Jeanne mi sono ispirata a Juliette Binoche così come l’abbiamo vista nel film “Il paziente inglese”, mentre il titolo è un voluto omaggio al romanzo “Quoi? L’éternité”, di una delle più grandi scrittrici mai esistite, Marguerite Yourcenar.

 

 

 
 

 

 

 


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