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Micol guardava i raggi di sole  che illuminavano il cuore di Parigi. Appoggiata ad una ringhiera che si affacciava lungo la Senna, se ne stava là, col volto immobile, a farsi immortalare, bella e giovane, dalle mani di un pittore  di strada.

  In un’epoca in cui nessuna donna se ne andava per strada senza un cappello, lei esibiva al mondo la sua chioma lucente. Il suo viso non si era piegato ai capricci di una moda che detestava e che trasformava i volti delle donne in facce di bambole,  con la bocca a cuore e tanto belletto che faceva sembrare tutte uguali.

In Rue du Bac, la gente passava ed ammirava il suo volto antico e qualche passante posava fiori ai suoi piedi, mentre i pittori che affollavano i marciapiedi che costeggiavano il fiume parigino, sognavano di poterla ritrarre anche per una sola volta.

Micol raccolse tutti i fiori che le avevano donato in quel giorno di inizio estate, annusò i petali di ciascuno di essi  ed infine ne fece una ghirlanda e se la mise tra i capelli, come una corona, sognando una volta tanto, di essere bella come una regina.

 

*

Anche quella sera Micol aveva terminato ed era ora di tornare a casa. Salutò Daniel, il suo artista prediletto e al quale concedeva gran parte del suo tempo e della sua bellezza, e si incamminò verso il quartiere degli artisti.

Aveva preso in affitto un modesto appartamento  nei pressi di Montmartre e che riusciva a pagare con quello che le davano i pittori.

Aprì la porta e si diresse verso la camera da letto; il forte odore stantio della stanza  la colpì in pieno volto. “Che brutta la povertà” andava ripetendosi ogni giorno, eppure un tempo, prima di essere Micol “la bella”, la donna che posava per gli artisti di strada, era stata la figlia di un grande pianista. A volte le sembrava ancora di udire quelle note che riecheggiavano così vive, nella sua mente.

Quella sera ebbe voglia di aprire la scatola di seta in cui custodiva brandelli di vita e sogni infranti. Lo faceva ogni qualvolta il velo di tristezza poggiava il suo manto là in fondo al cuore. Essa era diventata con l’andare degli anni il suo scrigno magico, il suo mondo segreto e perduto  nel quale rifugiarsi nei giorni in cui la speranza sembrava avere lasciato la sua vita.

Allora Micol  tenendola stretta tra le mani, l’apriva poco a poco, così come le aveva insegnato sua madre, quasi come se da essa  dovessero uscire magie; socchiudeva gli occhi e lasciandosi andare col pensiero, cercava di ritrovare nella sua memoria le tracce della voce di sua madre che pettinandole i lunghi capelli , da bambina,  , andava sempre ripetendole: “Che bella invenzione sono le bambine! Ah ma che bella invenzione!”.

E subito Micol spingeva la mente a quegli anni felici in cui la mamma la riempiva di baci perché “A casa nostra ci si bacia come si respira”

 

1, le diceva sempre.

E poi c'era un ricordo bellissimo legato ai suoi sei anni: un giorno aveva preso le scarpe bianche che mamma aveva indossato nel giorno del matrimonio e se le era provate immaginando di essere se stessa, una sposa bellissima; poi aveva indossato l'abito da sposa di seta bianco, che ovviamente le andava grandissimo e  che si allacciava davanti con un lunghissimo laccetto che le piaceva tantissimo. Eppure Micol guardandosi davanti allo specchio,  per un attimo si era vista un poco piu' grande, già fanciulla. Quanti ricordi, quante tracce di un tempo perduto affollavano la sua mente. Quei giorni non sarebbero tornati mai più, ma Micol aveva trovato il modo perché essi potessero continuare a vivere e a rivivere.

E allora anche quella sera ripeté un gesto che aveva compiuto forse, milioni di volte in tutti quegli anni: richiuse la scatola di seta, sfiorandola così come si sfiorano le guance dei bambini e la rimise nell’armadio, tra gli abiti consunti dai giorni. E così tutto il suo mondo, le persone che aveva amato, le loro voci, il loro odore, i loro volti …sarebbero stati al sicuro per sempre. Per sempre.

Ma ora era tempo di abbandonare i ricordi del passato, anche se quella notte, ne era certa, essi le avrebbero tenuto compagnia una volta ancora, ancora un po’.

 

 

 

 

1 Per le due frasi in grassetto, c’è un chiaro riferimento al libro  “Io l’amavo” della scrittrice francese, Anna Gavalda, che seguo con passione ed ammirazione crescente.


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