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Le gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si distruggono al primo bacio.

William Shakespeare

  

Londra 1826

 

Non c'era che buio e silenzio.

Soltanto un fioco lume brillava ad una quarantina di passi dal palazzo illuminando le strade tutte attorno.

Si appoggiò ad un albero, osservò i viandanti che a quell'ora si aggiravano per le strade, e spinse lo sguardo nelle vie adiacenti per vedere se c'erano altre anime in quella buia serata.

Dopo pochi minuti, convintosi che non vi era nessuno, sparì attraverso la porta che dava sul retro del palazzo ed  in pochi attimi fu sulla scala a chiocciola che lo conduceva alla soffitta, un luogo che aveva amato fin da bambino, quando giocava con la sorella a nascondersi, nell'enorme palazzo dei genitori.

Aprì la porta e cercò la candela nel buio pesto della stanza; poi ripetendo un gesto che da anni era diventato un'abitudine, la accese ed  afferrò il portagioie, appartenuto a sua madre, ma che era diventato per lui il nascondiglio dei suoi segreti:  un'urna che conteneva un passato doloroso, che tutte le sere tornava prepotentemente, come un fantasma, a tenergli compagnia, nelle lunghe sere autunnali, dove l'unica compagna era la solitudine.

Con mani frenetiche aprì il coperchio riccamente intarsiato con motivi dorati ed afferrò tra le mani, spasmodicamente, le lettere tenute insieme da un nastro di raso color azzurro, come gli occhi di Lucienne.

Dopo la morte della giovane , era tornato a Londra, con i suoi ricordi ed il suo infinito dolore.

Dopo tanto tempo, nulla era cambiato, almeno all'apparenza, ma persino il cielo rosso di quella sera, che poteva intravedere dall'unica finestra del soffitto, sembrava ricondurlo al ricordo della sua orribile morte.

"Perché sono ancora vivo?", si chiese.

"Perché il mio corpo è sopravvissuto a lei che ho amato più di ogni altra cosa?", si domandò nell'inutile tentativo, ripetuto ogni giorno, per tutti quegli anni, di darsi una risposta che non arrivava.

Nella sua mente, quella notte,  risuonavano ancora le urla della giovane,  mentre la sorte decideva della loro  vita, in una sera d’estate parigina, nell’anno del Signore 1796.

Erano stati entrambi arrestati e condotti alla Conçiergerie, ma subito erano stati separati. Si erano sussurrati “Addio” guardandosi con occhi velati da lacrime, mentre la rabbia ed il dolore sopraffacevano il loro corpo.

Si erano rivisti solo una volta, da lontano, nell’orrida prigione, per un breve lasso di tempo, prima che di Lucienne, fosse decisa la condanna a morte.

Non l’aveva più rivista, anche se sapeva cosa le era accaduto.

Pochi giorni dopo era stato rilasciato, senza un motivo, senza una spiegazione. Aveva domandato di lei alle guardie, ai funzionari della Conçiergerie, ma nessuno gli aveva voluto dire nulla, finché aveva corrotto un gendarme e si era introdotto furtivamente nella sala dove tenevano il registro dei condannati a morte.

Il 25 Luglio 1796, Lucienne era stata giustiziata per volere del Tribunale Rivoluzionario.

 

~

   

Se ne era tornato a Londra e aveva saputo che aveva avuto salva la vita per intercessione del suo Re, Giorgio III, che aveva servito per anni, quale suddito fedele.

Anni prima, aveva circa venticinque anni, si era recato a Parigi per un viaggio d’affari ed aveva conosciuto la giovane che avrebbe amato per tutta la sua vita.

Da allora si era recato sempre più frequentemente nella città francese  ed infine aveva deciso che avrebbe sposato Lucienne e l’avrebbe condotta a Londra, dove entrambi sognavano un futuro pieno d’amore.

Tutto era accaduto negli anni precedenti allo scoppio della rivoluzione, ma  in pochi anni  Parigi e la  Francia si erano trasformate in una trappola mortale dalla quale pochi riuscivano a porsi in salvo.

 Lucienne nonostante tutto, non se l’era sentita di lasciare Parigi e di fuggire insieme a Richard; non aveva percepito la pericolosità della situazione ed era voluta rimanere insieme all’anziano padre, malgrado le insistenze del giovane. Non si era  nemmeno resa conto di quello che stava per accadere quando giunse quella sera d’estate,  triste epilogo di una nuova vita solo sfiorata col pensiero ed oggetto di tanti infiniti sogni giovanili, destinati ad essere cancellati dall’oblio del tempo.

Quella sera di Luglio sarebbe stata l’inizio della fine e della condanna in eterno per Richard che dalla sua morte  era vissuto solo del ricordo di quell’amore troppo breve.

 
 

 
 

Stava ripensando a tutti quegli anni rimasto solo: che ne era stato di quella vita che si beffava di lui ogni giorno, da venti  anni?

Pensieri cupi si accavallavano nella sua mente mentre la notte, scendeva oscura spegnendo anche le ultime luci della sera..

Si ritrovò con la testa appoggiata sul secretaire mentre tra le mani stringeva  le lettere  come delle  reliquie. Prese i fogli, estraendoli dalla prima busta, maneggiandoli con cura , nella paura che potessero sbriciolarsi. Un odore di vecchio si sprigionò dalla scatola investendo i suoi sensi, ma esso, insieme alle lettere di Lucienne, erano l'unica traccia di quel passato che non sarebbe tornato mai più, sepolto come quella stanza.

Era la prima lettera che Lucienne gli aveva scritto;  erano passati pochi giorni dal loro primo incontro e la fanciulla, attraverso un uomo di fiducia, aveva trovato la maniera di fargliela pervenire.

Sorrise, cosa insolita, osservando la sua calligrafia allora ancora quasi infantile, immaginandola mentre vergava i fogli, magari di nascosto. La rivide sorridente,  mentre i pensieri che aveva nel cuore prendevano forma sui fogli di pergamena destinati a lui.

"Mio caro Richard

L'amore mi ha visitato e la speranza sembra ora  rendere possibile ogni cosa, mio Signore, anche i sogni proibiti.

Quando potrò rivedervi mio adorato? Non crediate che io sia sì  audace nello scrivervi parole così franche! Ma non potrei impedire al mdi parlare. Vi prego! Affidate la  vostre cara risposta  al mio fedele  ambasciatore. Troverà modo di farmi avere vostre notizie, in grande segreto. Ma Vi prego, non fatemi aspettare. Vostra Lucienne".

Accarezzò quelle parole come aveva fatto mille e mille volte con il suo viso, mentre di nascosto si davano convegno nell'immenso giardino che circondava il Palazzo dove viveva Lucienne.

 

 

Poi estrasse una lettera di piccola dimensione,  scritta poche sere  prima che venissero arrestati:

“Richard, mio caro,

poche parole questa volta. Il tempo è tiranno ed aimeh è diventato sempre più pericoloso potervi consegnare le mie lettere.

Di recente faccio sogni strani, sogni di morte. Temo per la nostra vita, ma ve ne prego…almeno voi, fuggite via!  Mettetevi in salvo da questo delirio.

 

 

Vostra Lucienne”.

Nell’antica scatola che era appartenuta a sua madre, erano conservate con cura tutte le lettere che negli anni Lucienne gli aveva scritto e i cui  fogli, negli anni, erano  iniziati ad ingiallire: erano gli anni che seguirono alla Rivoluzione Francese, anni di odio e vendetta, dominati dal terrore imposto da uomini senza scrupoli che decidevano i destini di altri, in nome di nobili ideali che erano rimasti tali solo sulla carta e che erano scivolati via, insieme al ricordo di coloro che erano stati messi a morte, a migliaia.

Ogni giorno in Place de la Bastille, veniva celebrato il trionfo della morte che recava seco le vite anche di tanti innocenti, come Lucienne.

Gli anni sembravano essersi fermati in quelle parole, suggellati dal loro amore, che era stato forte ed impetuoso fino alla fine. Non l'avrebbe mai lasciata, ma l'infamia e la calunnia di uomini senza scrupoli, avevano deciso il loro destino, spezzando i loro sogni giovanili e tutte le speranze.

 

 Si riscosse dal torpore e capì che era notte inoltrata. Si era addormentato, consumato dal dolore, mentre ancora le sue dita accarezzavano la pergamena ingiallita.

Non ebbe cuore di leggere altro per quella sera.

Era strano: da anni veniva in quella soffitta, con l'unico intento di ritrovare Lucienne e le sue parole.  Ma allo stesso tempo, sapeva bene che quel convegno tanto amaro, era per lui sinonimo di dolore e sofferenza. Tuttavia vi era molta più vita in quelle parole che nella sua stessa  vita e non vi avrebbe rinunziato mai e poi mai, per alcun motivo al mondo.

Il pensiero della notte e della quiete lo rendevano ancora più triste e solo nella grande tenuta di famiglia.

Aveva detto addio a tutti gli amici e al Re che pure aveva servito per tanti anni, anche dopo la morte di Lucienne, seppur per un breve periodo. Egli  era noto per la sua severità, e tutti ricordavano di lui, come prima cosa, quel suo sguardo di ghiaccio, che non faceva mai trapelare alcuna emozione, come si richiedeva al migliore dei soldati.

Ricordi che appartenevano al passato; schegge di vita destinate ad essere dimenticate.

Afferrò il candelabro, mentre la luce della fiamma scintillava nella stanza, ridiscese la scala a chiocciola , si mise l'ampio mantello nero e  scese in giardino a prendere una boccata d’aria.

Si appoggiò ad uno degli alberi del parco che circondavano  il palazzo e spinse lo sguardo oltre il cancello.

Da tempo aveva la sensazione di sentirsi inseguito, spiato,  come se mille occhi cercassero solo lui.

Questo pensiero lo faceva impazzire: la sua non era paura: in fondo se c'era una cosa che desiderava era farla finita! Il pensiero della morte spesso era per lui un sollievo.

Ma anche a Londra, in quegli anni, il seme della rivoluzione aveva fatto proseliti ed egli  temeva di essere pugnalato, di morire come un codardo, senza potersi difendere. La paura di morire per mani sconosciute, era diventata un’ossessione, non avrebbe mai accettato un'onta del genere. Questo pensiero lo perseguitava come quello di Lucienne, che rivedeva davanti ai suoi occhi mentre moriva innocente e pura, nella sua veste bianca, insozzata dal sangue, mentre una morte ignobile era stata scelta per lei, senza che potesse nemmeno difendersi.

Rivedere le sue lacrime sul bianco viso gli faceva mancare il fiato.

Si sforzò di non pensare più. Dopo pochi minuti convintosi di essere solo, tornò verso il portone , entrò  nel vestibolo, si tolse il mantello e finalmente, si recò nell'ampia camera da letto, per trovare il riposo che finora si era negato.

Tra le mani stringeva ancora il portagioie dal quale usciva fuori il lembo di un foglio. Lo appoggiò sul comò,

si svestì, indossò la camicia di lana e guardò il ritratto della giovane, che egli stesso aveva fatto dipingere a Parigi anni prima e  che stava affisso sulla parete di fronte all'ampio letto a  baldacchino; era come se quegli occhi  dal colore azzurro che il pittore aveva usato nel dipingerli, mischiando insieme, sapientemente  colori e tonalità del cielo, rivivessero ogni giorno solo per lui.

Intorno al suo viso, un tripudio di rose, bianche, immacolate e candide come la bellezza di Lucienne.

Quella notte la sognò mentre gli veniva incontro, avvolta nel meraviglioso mantello verde, artefice ed amico dei loro incontri notturni , chiuso da una spilla a forma di foglia che le aveva regalato lui,  con incise le iniziali dei loro nomi.

Ma il sogno finiva sempre allo stesso modo, con lei che scivolava in un nero abisso, come la terra che aveva inghiottito il suo corpo, mentre lui la rincorreva, nell'inutile tentativo di salvarla dall'oblio.

Ciò che rimaneva di quell’amore era solo la polvere dei sogni, sprazzi di luce squarciati dalla nera tenebra e fogli di carta, lettere dal passato, testimoni di un amore che non aveva avuto il tempo di essere vissuto, perché così decretarono gli eventi e la ruota della storia, che sovente trascina seco colpevoli ed innocenti, il male ed il bene, l’odio e l’amore.

 ~

n.d.a: questo racconto è stato pubblicato ad  aprile 2006 sul sito www.raccontare.com  e nel luglio 2006 sulla rivista letteraria “Il Refolo”


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