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Questo racconto è il seguito de Il soldato della neve, pubblicato su questo blog e che si può leggere qua

 

 

“ Frantumati i ricordi

pezzi di ghiaccio

nella memoria silente

nemica d’immagini

sopite nel fiume

d’un tempo strappato

A noi

ch’eravamo già morti “

 

 

 

Una vita, tante vite, unite in un unico immenso dolore che ancora oggi risiede nella mia anima, come un abito lacero cucito sulla pelle che invecchia.

Fotogrammi in bianco e nero scorrono nella memoria d’un uomo invecchiato negli anni più belli, all’ombra nera d’una guerra che  recise mille fiori dai colori di morte.

Un infame destino rubò scampoli di vita e i sogni di coloro che mai più videro l’azzurro cielo della terra che li accolse nel grembo materno.

Scorrono volti, ancora fanciulli, di uomini non uomini,  e donne  e bambini, che ora mi appartengono come figli e fratelli.

 

 

Era una notte d’inverno, sentivo voci soffuse provenire da lontano, tra la gelida neve e passi ovattati.

Ricordo solo un freddo che ottenebrava ogni misero pensiero, i miei piedi che sembravano marmo di ghiaccio ed il mio volto coperto di gelo.

Freddo e tanto freddo e  poi…il nulla.

 

Non avevo alcuna cognizione del tempo trascorso e quando mi svegliai ciò che vidi mi apparve strano come se quel mondo fosse uscito da una storia ancora mai narrata.

Una bambina avvolta da un mantello di folta pelliccia nera,  girava e rigirava un pentolone che cuoceva sul fuoco del camino, alimentato da ceppi. Sentivo nell’aria un odore che mi ricordò la mia casa, quell’incedere lento di giorni normali che diventavano speciali, quando eravamo seduti tutti intorno ad un tavolo. Rividi per un attimo mia madre che preparava per me e i miei fratelli,  la tavola della domenica e, in tavola,  i piatti del servizio buono, che mamma esibiva  solo nei giorni di Natale e Pasqua.

Piccole schegge perdute chissà dove nella mia mente ancora annebbiata dal dolore.

La bambina mi guardò e mi sorrise; forse aveva circa sei o sette anni. Mi sembrò come se un raggio di sole scaldasse quel gelido scrigno che era il mio corpo di soldato italiano, in terra straniera.

 

Rammento che nei giorni a seguire, la vidi spesso davanti al camino, tanto che dentro di me le diedi un nomignolo alquanto singolare “La bambina del fuoco”.

A me, che continuavo ad essere sospeso tra la vita e la morte, quell’immagine di calore era una buona ragione per continuare a sperare nella vita.

 Non so dirne il motivo, ma era come se dalle sue piccole  mani uscissero delle scintille di calore che avevano il potere di scaldarmi il  cuore.

Poi un giorno mi trovai seduto al bordo del letto; mi sentivo decisamente meglio e mi resi conto che qualcuno si era preso cura di me.  Il mio corpo era finalmente caldo, vicino ai piedi c’erano delle grosse pietre avvolte in stracci di lana, e nell’aria odore di buono  e profumi di tempi che appartenevano ad una vita fa.

Un vecchio mi diede la mano, invitandomi con parole che non capivo, ad alzarmi;

mi girava la testa, ma sentii che potevo farcela. Egli mi condusse a tavola, dove un’anziana donna stava apparecchiando un lungo tavolo di legno. E poi c’era lei, la bambina del fuoco, che appena mi vide, si aprì in un largo sorriso.

Alina, era questo il suo nome.

La chiamavano spesso e quei due vecchi dovevano essere i nonni.

Mi parve un nome meraviglioso, musicale e mi faceva pensare a cose belle.

Poi ricordai.

Quella notte, durante una tormenta di neve, avevo avvistato da lontano, un’isba, da cui usciva un flebile fumo.

Nascosto nel folto della boscaglia, era l’unica abitazione che incontrai dopo quasi un giorno di cammino.

C’era stata una lunga battaglia il 26 Gennaio 1943; i Russi ci avevano dominato con armi superiore alle nostre per potenza di fuoco. Vi furono morti e feriti e molti di noi, a battaglia conclusa, si trovarono semi assiderati nella neve. Io fui uno di questi. Sopravvissi poiché mi trascinai nella neve per un giorno intero, in cerca di soccorsi e  di un altro contingente italiano, appostato da lì a poco.

Il resto appartiene all’oblio e se sono qua a raccontarla, questa storia, è perché un vecchio russo di nome Sergey,  mi trovò riverso nella neve, mi restituì la vita portandomi nell’isba e mi curò senza chiedersi se fossi un soldato nemico o solo un uomo.

Non avevano molto, ma il poco lo divisero con me.

Dana, mise in tavola una zuppiera: era una minestra di latte e miglio. La mangiai avidamente e ne chiesi ancora, senza pudore, con semplicità.

Dana  me ne porse una seconda scodella.

“Spaziba”1 – le dissi , sorridendole.

“Pausasta”2 – mi rispose (l’anziana).

 In quell’isba si era creata tra me e quelle persone, una strana intimità fatta di silenzi e sorrisi. Senza parole, poiché erano pochissime quelle che conoscevo e che riuscivo a capire.

Attorno a quella tavola, ritrovai i pezzi di un’esistenza sepolta dall’eco delle armi, dei comandi militari e delle frasi gridate che comprarono la nostra giovinezza.

Una guerra alla quale molti dissero animati da falsi idoli e promesse bugiarde, aguzzini e tentatori d’una generazione che non superò i vent’anni.

Alina mi porse le mani e per un attimo mi parve di vedere nel palmo di esse quella scintilla di fuoco che associavo al suo volto di bimba; era come se le illuminassero il viso dai bei tratti malinconici.

Mi mostrò le scarpe che erano appartenute a suo padre, partito due anni prima per combattere quelli come me. Capii che non era mai tornato, capii che era uno come me, anche se la sua lingua e la sua divisa, erano diverse dalle mie.

 

Quando fui guarito, decisi di raggiungere i commilitoni sopravvissuti.

 Non so se avrei mai rivisto la mia terra, ma non avevo altra scelta, se volevo tornare in Italia; sapevo bene che era come voler toccare il cielo,  eppure, in cuor mio, era come se fossi  di nuovo animato da una speranza che era nata tra le pareti dell’isba: ero tornato alla vita, e questo era ciò che contava, potevo fallire,  ma dovevo provarci.

Li salutai, come un figlio che lascia suo padre e sua madre, sapendo che non li avrebbe rivisti mai più.

Poi incontrai gli occhi di Alina in cui mi parve di scorgere una lacrima; le presi le mani e le strinsi forti tra le mie. Poi le dissi “Spaziba!” e le baciai la fronte.

L’ultima immagine che conservo di loro è rimasta ancorata nel fiume della mia memoria e credo che là rimarrà fino alla fine dei miei giorni.

 

 

C’è solo il rumore del vento questa notte e nell’aria un profumo che sa di sapori lontani e di cose buone. Odori di cibi della mia terra, di tutte le terre del mondo;   profumo di sapori semplici, come il profumo della vita, che a me, giovane soldato italiano, fu restituita.

 

 

Bibliografia.

Il sergente della neve di M. Stern

I racconti di Alpino Guerino Giudici, 46^ compagnia Fronte – Russo.

La battaglia del 26 Gennaio 1943 avvenne realmente e fu comandata dal capitano Giuseppe Grandi del battaglione Tirano,  che a  Nikitowka alla testa dei suoi alpini venne gravemente ferito all'addome durante una carica contro i russi. Morirà il giorno successivo.

 

 

~  ~

 

 

L’isba è una tipica abitazione rurale russa, a una o due piani, interamente costruita di tavole di legno e di tronchi d’albero.

 

La poesia iniziale è mia.

 



1 Spaziba, significa “grazie”.

 

2 Pausasta, significa “prego”.

~  ~

 

Questo racconto ha partecipato a Cucina che ti racconto, rassegna di narrazione orale, organizzata dal gruppo artistico Semeion; ed è stato letto al pubblico, il 20 Aprile 2008


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