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Recensione a "Curandoti tra i cicli" silloge poetica di Francesco Sicilia
Curandoti tra i cicli

Commentare e recensire una raccolta poetica è sempre cosa presuntuosa da parte del lettore. Può esso incedere nei meandri dell’anima del Poeta, di chi scrive e dona attraverso la sua Anima, parte di se stesso, ovvero  un piccolo frammento che consegnerà all’eternità?
Cosa è dunque la poesia se un volere andare oltre lo spazio fisico, nella celebrazione di eternità che si esprime attraverso vissuti e osservazioni, passando attraverso una straordinaria e non comune sensibilità ?
In questa silloge, che celebra la maturità di questo bravissimo  scrittore,  è l’amore che pervade ogni singola pagina di Curandoti tra i cicli, raccolta attraversata  da una rara musicalità che fa da collante, pagina dopo pagina e cattura il lettore trasportandolo nel cuore di chi  scrive.
E’ emozione che nasce nell’accostarsi in punta di piedi alla sensibilità di Francesco, che in questa raccolta supera se stesso, consegnando le sue sensazioni e vissuti, come un’ anima nuda di fronte al mondo che interpreta ed osserva con profonda umiltà.
Ecco dunque un volo di farfalle, che fa da seconda di copertina, immagine che si imprime nella memoria di chi sfoglia il libro, di una  semplicità e bellezza che conferiscono eleganza all’intera raccolta,  facendo assaporare fin da subito i tesori ivi nascosti.
Piccole e brevi poesie, ogni verso iniziato con una vocale o una consonante in minuscolo,come se l’umiltà dei sentimenti del poeta, volesse ancora celarsi tra le pagine bianche, arricchite da grovigli di parole, che foglio dopo foglio tessono una tela preziosa che si imprime nel cuore di chi scrive e di chi legge ed avviluppa il lettore.
E così pagina dopo pagina,  ci narra di stagioni, come l’inverno dalle gelide braccia, guardando già alla primavera lontana; e di pioggia mattutina che offusca la luce nascondendo quella del cuore.
E l’incontro con la donna amata in “le mattinate prime” (anche i titoli delle liriche sono sempre riportati in minuscolo!), e la magnifica Imbolc,  antica festa irlandese del culmine dell'inverno, lirica che cattura il lettore con versi di rara beltà come “…ma nulla può resistere a parole che vibrano nel grembo della dea e portano calore nelle zolle...”.
E la consapevolezza che nella vita esiste anche il vuoto, ovvero  quell’orrenda sensazione che attanaglia corpo e mente e che solo la sensibilità del poeta riesce a superare, con la non accettazione del dolore, rifiutato e stigmatizzato e allontanato con parole dalle tinte forti quali “l’intorno lo cancello con un gesto perché non ne fai parte e non l’accetto”.
Bellissima la lirica “in pagine”, ovvero la celebrazione della potenza delle parole, creature quasi invisibili, dotate di fascino e magia, che se tessute con abilità creano alchimie e misture della stessa potenza di una bevanda velenosa. Parole affascinanti alle quali si abbevera in primis il poeta, consegnandole poi  ad altri uomini e ad altre donne come dono supremo. Fino a giungere a “la cura” che chiude la silloge, dove la parola ricerca assume il senso dell’infinito attraverso il passaggio e la visione incerti del cammino, in questo mondo così fragile.

Eufemia Griffo


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