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A
vevo riportato dalla spiaggia quel libro, ma mi pesava trovarmelo in casa: mi dava l’impressione di conservare indebitamente un segreto.

Me lo aveva regalato mio padre, che aveva una grande passione per la storia di quel periodo; era stato il suo dono di compleanno, insieme ad un biglietto anonimo con su scribacchiato “Buon compleanno”.

Lo avevo riposto nella libreria, insieme ai mille volumi accatastati uno sopra l’altro che da tempo attendevano di essere presi in considerazione. Ma per me era uno strano periodo e oltre agli impegni scolastici, che mi lasciavano poco fiato, l’unica cosa che mi interessava,  era scrivere sul  mio diario, rifugio dei miei pensieri e segreti. Non che ne avessi molti, ma a quell’età disgraziata, ogni cosa, anche la minima sciocchezza, si rivestiva di quell’alone di mistero tale per cui si ritagliava un posto d’onore tra le pagine consunte della mia vita.

Una penna bic dall’inchiostro azzurro,  era capace di fare volare la mia fantasia, di farmi diventare un possente guerriero o una fanciulla del regno delle fiabe, o semplicemente di farmi diventare come avrei sempre voluto.

Poi un giorno presi lo zaino e decisi di andare sulla spiaggia; mi piaceva assaporare l’aria salmastra di inizio Primavera, dove gli unici compagni erano gli aironi che volteggiavano sull’acqua del mare. Guardavo i ciottoli sparsi sull’arenile  e immergevo le mani nell’acqua ancora fredda dell’inverno. Poi con il telo di mare con su le farfalle viola, iniziavo a godere dei primi raggi di sole della stagione che maggiormente amavo e mentre assaporavo il calore della giornata, chiusi gli occhi e non pensai più.

**

 

La vidi nei miei sogni, bella come poteva essere solo una donna appartenuta al passato. Una veste bianca e una chioma lunga che le ricadeva sulle spalle. Aveva un volto pallido e triste, eppure i suoi occhi brillavano di fierezza e intelligenza.

Cercai nel fiume della memoria i contorni del suo viso, ma non lo trovai; mi pareva di non averla mai incontrata, se non in quel sogno di inizio Primavera.

Quando mi svegliai, la prima cosa che feci fu quella di prendere il diario dal mio zaino e allora…rovistando nella babele di cose stipate nel suo interno, lo trovai.

Il libro di mio padre, con su un volto di donna, malinconico, seduta su un letto, con una veste bianca ed una lunga chioma ad adornarle il viso. Mi parve bellissima e lontana.

Lucrezia Borgia, un nome che avevo letto da qualche parte, sui libri di scuola, un nome che mi piacque immediatamente. Aprii il libro e sfogliai furiosamente le pagine alla ricerca di qualcosa. Non seppi dargli un nome, forse la mia era semplice curiosità, quasi come se mi attendessi che quella donna spuntasse dalle pagine del libro.

 

" Quivi si racconta

di Madonna Lucrezia

a cui l’historia

non rese equo tributo.

Bella fu e regina

amata e odiata.

A vent’anni non aveva più modo di illudersi

né d’avere confidenze

nemmeno con se stessa.

L’arrivo a Milano

il ballo dei veli

amor le fu negato:

vita d’ombre e di tenui luci

nei tumultuosi giorni.

Un palcoscenico arduo

a lei fu assegnato

là ove l’umana essenza

fu posta in ombra da giochi di potere

e infide trame.

Giovine morì

senza amore,

 patendo gli stessi dolori

de la povera gente

alla quale mai appartenne

e di cui forse desiderò

per un istante

la stessa sorte,

lontana da trame e intrighi

e finalmente donna”.

 

 

 

Era solo un prologo, ma mi sembrò interessante. Mi ripromisi di tornare a leggere il libro, lo riposi nello zaino e tornai a casa.

 

Quella notte la sognai ancora; camminava in  un giardino, in un castello.

Allora mi svegliai di botto e afferrai nuovamente il libro, e lessi queste parole:

 

 

La incontrai nel giardino della Rocca, a Gradara, dimora di infausti avvenimenti. Là l’amore degli sfortunati amanti, Paolo e Francesca, era come un’eco di morte che soffiava come un vento di gelido Inverno.

Ella era in compagnia di Madonna Giulia, la favorita del papa. Le scorsi, mentre con grazia, raccoglievano fiori per farne ghirlande. Giocavano a porsele sul capo e ridevano poi come fanciulle innamorate. Ma il destino scelse altro e Lucrezia non conobbe quella specie d’amore che solo  poche possono incontrare: un destino avverso per lei decretò una strada diversa, mentre uomini scaltri  avevano posto sul suo viso, un’orrenda maschera di potere.

L’amai subito pur sapendo che mai mi sarebbe appartenuta: figlia di un papa, destinata ad un uomo che non  l’avrebbe amata, quel Giovanni Sforza, col quale quel  papa stesso  aveva firmato un vantaggioso contratto matrimoniale.

Un’altra donna sacrificata alla brama di potere di uomini scaltri e senza pietà, che non conoscono amore. Ma cos’è l’amore, se non una fugace ombra della notte?

Era scesa la sera.

Adriana e Giulia l’avevano pettinata come una regina, vestita con un abito di broccato bianco, con ricami d’oro, ornata di diamanti e smeraldi. Boccoli sistemati con fili di perle, le cadevano liberamente sulle spalle arrivando sino alle anche. Fui rapito da cotanta bellezza.

 

“Te lo chiedo Madonna Lucrezia..

allontana da me il ricordo

della tua bellezza

che mai fugge dalla mia memoria

Come una spada

 

dall’affilata lama

recide ogni vena

del mio cuore.

Meglio sarebbe perdere la vita

che bere questo veleno

servito dal più orrendo speziale

sul mio letto di morte”.

 

L’amai sempre da lontano, tra sguardi furtivi e risate sguaiate di coloro che le stavano accanto e che ne richiedevano favori.

Quella sera era bella come il sole e la luna, ma il mio cuore morì prima che l’ultima stella si spegnesse per sempre.

 

**

 

Richiusi  libro e lo riposi nella libreria. Ero avvinta da quella storia che mi iniziava a tenere incollata sulle pagine di quel libro  e ancor più  dalle parole di quell’uomo che l’aveva amata. Iniziai a pensare che non si era mai rivelato a lei: ancora  non avevo trovato tra le pagine  il suo nome. Era un romanzo e come tale poteva essere una storia di pura finzione…Eppure, quell’amore non corrisposto, di cui forse la bella Lucrezia non sapeva nulla, mi sconvolgeva e mi faceva allo stesso tempo sognare.

Avevo un unico pensiero, tornare a leggere di Lucrezia, rapirne i segreti e arrivare alla fine.

 

Il giorno dopo mi collegai ad internet e feci una rapida ricerca su Google: inserii semplicemente le parole “Lucrezia Borgia”.

Erano tantissime le notizie che potevo raccogliere, ma esse erano inconsistenti e prive di emozioni. Ad altro miravo, ma non riuscivo a trovare quello che cercavo.

Seppi che Lucrezia era morta giovane, aveva solo 29 anni. Mi  sentii triste per lei, come se fosse stata una persona a me familiare. Potei solo immaginare per un attimo l’agonia della sua morte, avvenuta per parto. Allora era facilissimo morire mettendo al mondo un figlio ed anche a Lucrezia toccò questa sorte funesta.

Nessuna notizia dell’uomo che l’amò, nessuna pagina a lui dedicata, nulla di nulla.

Allora ripresi la lettura e mi immersi in un mondo lontano di centinaia di anni.

**

Il silenzio nella rocca è come un urlo che irrompe nella notte profonda, ne ha la stessa forza e la stessa potenza. Solo le fiamme delle torce illuminano i contorni delle statue che si incontrano negli ampi corridoi.

Tutto tace e gli abitanti del castello, dormono il sonno dei giusti.

Là riposa la mia amata, accanto alla quale giace un uomo che è interessato solo al suo corpo che mai potrò nemmeno sfiorare. Mai potrò tenere tra le mani i suo piccoli seni ancora infantili, né accarezzare la seta della sua chioma sciolta sulle vesti notturne.

E mai potrò donare un bacio sulla sua bocca desiderata.

In quest’orrenda notte, ove ancora mi pare di udire i gemiti d’amore di Paolo e Francesca, l’unica compagnia è il sussurro del vento che spazza via le foglie cadute nel giardino.

Un’ altra notte solitaria, accoglierà i miei tormenti senza nemmeno più sogni.

**

Vivevo per leggere quelle pagine, era il mio unico pensiero ed insieme il mio tormento. Amavo stare sulla spiaggia e assaporare ogni parola che a volte rileggevo più e più volte.

Mi ero innamorata perdutamente di quell’uomo che amava nell’ombra e che agli occhi di Lucrezia nemmeno esisteva.

Dovevo svelarne ogni contorno e cercare di cambiare la storia, poiché non potevo tollerare il peso di quell’amore che per me era diventato un’ossessione. Avrei voluto che mio padre non mi avesse mai regalato quel libro, avrei voluto gettarlo nel mare per non rivederlo mai più.

Poi però lo sfogliavo e tornavo là ove avevo interrotto la lettura; le pagine volgevano al termine, così come la storia di Lucrezia.

 

**

La sua porta era socchiusa. Non potei farne a meno e la spiai. La vidi seduta sul letto, bella più che mai, i capelli a caderle sulle spalle ed una camicia bianca che donava luce alla sua pelle. Poi si alzò in piedi e mise le mani sul volto. Piangeva.

Non tollerai altro e andai via.
Quella sera fu data notizia della nuova gravidanza di Lucrezia. E questa volta fui io a piangere.

**

 

Ero giunta alla fine. Poche manciate di pagine e poi tutto sarebbe finito. Quale sarebbe stata l’epilogo? Quale? Potevo io cambiare il corso della storia?

Potevo davvero?

 

**

La levatrice le asciugò la fronte imperlata di sudore. Aveva il volto cinereo e del colore della morte.

Sapevo che stava per lasciare per sempre la dimora terrena e che presto la sua anima sarebbe spirata. Anche lei, la donna che avevo amato per tutta la vita, anche lei…non era sfuggita all’orrenda schiavitù del sonno eterno.  Non lo avrei mai creduto, poiché ai miei occhi, ella era come una dea immortale.

Ed invece come un fiore reciso, spirò in un mattino di Giugno.

Era  giunta per me,  l’ora di andare e di lasciare al dolore e alla morte, la  celebrazione del loro trionfo.

 

**

Richiusi il libro e decisi che non lo avrei letto mai più, nemmeno sfogliato. Al mare lo avevo iniziato, e là su quella spiaggia, lo avevo terminato. Era come se avessi tra le mani una pietra pesantissima che mi era stata poggiata sul petto. Mi trovai la fronte imperlata di sudore e lacrime mi rigavano il volto.

Avrei voluto essere Lucrezia, mi sarei accorta dell’amore di quell’uomo e avrei fatto di tutto per ricambiarlo. Perché morire così? Perché?

Ed era una storia vera o romanzata? Allora non mi importava. Sapevo solo che Lucrezia era morta sola, senza l’amore di un uomo che le tenesse  la mano e le sussurrasse parole di conforto.

Fu un attimo: presi il libro e lo affidai per sempre alle onde del mare.

 

**

 

Sono passati tre anni da quel giorno ed ogni tanto ho ripensato a Lucrezia. Qualche volta  mi  pare ancora di vederla seduta su quel letto, mentre si porta le mani sul viso. Ho cambiato il finale della storia, almeno nella mia mente. Ho immaginato che quell’uomo avesse avuto il coraggio di entrare nella stanza, e le avesse accarezzato i capelli. Lucrezia lo aveva abbracciato e  gli aveva detto che si era accorta da tempo di lui, ma che non poteva ricambiare il suo amore. Non ho pensato ad altro, poiché amo immaginare che la loro storia continui ad assumere quei contorni di purezza, che solo gli amori tragici possono avere.

 

Un giorno poi decisi di recarmi  a Ferrara, al Monastero delle Clarisse, ove riposano i membri della famiglia Estense. E là vidi la sua lapide e immaginandola con vestiti di broccato d’oro,  la rividi come in quel giorno di Primavera, sorridente come una fanciulla, mentre si ornava i capelli con ghirlande di fiori.


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