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Nel silenzio della Rocca, a Lucrezia Borgia
Piccolo Lupo, racconto vincitore La libreria di Mendrisio Luglio 2005
Prima che cadano le ultime foglie
Questa notte chiuderò gli occhi
Quoi? L'éternité
Ultimi fiori d'Autunno - a mio padre
Una storia d'autunno...tra due città
This is the day, racconto sulle immagini di Sandro Foti in arte Kalosf
Silence


Il sole questa mattina disegna luci azzurrate* che attraversano i vetri; un gioco di luci accarezza il mio volto che diventa caldo al tatto. Ancora poco e lascerò l’università, un  mondo dove mi sono rifugiata per molti anni della mia vita e che è stato un po' il riparo dal mio silenzio.
I libri sono stati fedeli compagni dei miei giorni solitari e le mie mani ne hanno accarezzato le pagine, bianche, morbide, oppure ruvide come la corteccia di una quercia secolare. In loro viaggiando insieme alle parole che hanno creato le storie e le magie che hanno riempito  le infinite ore che ho vissuto in questi luoghi a me tanto cari, ho trovato me stessa, un'altra me sopita tra le ceneri della mia solitudine.
*
Qualche giorno dopo, vigilia dell'esame di laurea.

Un giorno qualunque, di nuovo seduta in biblioteca a sfogliare gli ultimi capitoli della mia tesi di laurea; diventerò una dottoressa in lettere antiche, il sogno di una vita che si realizza. Dopo non so, mi piacerebbe continuare a studiare e fare un master e magari in futuro, poter pensare di insegnare quello che ho imparato. A ventitré anni il futuro mi appare come una nuvola dal contorno bizzarro, di un azzurro pallido, una specie di nube in cammino in cerca di altri pezzi di cielo da abitare. Io sono così: un nembo che attraversa spazi infiniti, alla ricerca di dimore celesti e di cieli, attraverso cui scrutare il mondo e quel vasto spazio che lo circonda.

La campana di fine mattina, spezza i miei pensieri; è ora di rimettere a posto gli ultimi volumi nello scaffale. Da lontano scorgo un ragazzo che dovrebbe avere la mia stessa età, un tipo che

avrò visto sì e no quattro volte in biblioteca e che ha un volto serissimo e concentrato. I nostri sguardi si incrociano e io distolgo gli occhi, per una sorta di timidezza di base che ho sempre avuto.
Ha in mano un libro la cui copertina raffigura uno dei miei eroi preferiti: Napoleone Bonaparte. Sono curiosissima e il mio sguardo indugia su quel volto fiero e nobile che ha cambiato i destini del mondo. Lui se ne accorge e mi sorride, mentre io imbarazzata, non so bene da che parte guardare. Iniziò così la nostra amicizia, con un libro e Napoleone.
Dal giorno del nostro incontro, passammo tantissimo tempo a parlare di noi, delle nostre passioni e dei nostri desideri. Io ero una ragazza timida, piena di sogni proiettati in un improbabile futuro; Marco invece era una persona con i piedi per terra, molto razionale e sicuro di se stesso. A volte mi prendeva in giro perché diceva che sognare ad occhi aperti può condurti all'isola che non c'è, salvo scoprire poi che è solo un pallido riflesso di un'illusione. Egli completava la mia parte di sognatrice, era la persona che attraversava i miei silenzi e dava loro voce, invitandomi a scoprire la bellezza del mondo. A volte avevo come unico desiderio quello di stare là ad ascoltarlo, per ore ed ore, mentre mi parlava di quello che gli piaceva fare. Amavamo viaggiare attraverso le storie del passato e gli eroi sembravano letteralmente balzare fuori dalla nostra fantasia e materializzarsi davanti a noi. Giorni perfetti in cui chiudevo gli occhi ed il suono della sua voce mi arrivava come un raggio di sole  che attraversa i rami in estate:  ed era un raggio caldo.
Ricordo così quella manciata di giorni, prima che lasciassimo l’università e che diventassimo adulti, di quelli che si inventano un ruolo nella società pur di apparire inseriti in un mondo che ti pone innanzi solo poche strade da percorrere, fatte di muri ed ostacoli, dove i sogni sono banditi per sempre. Ci salutammo a fine settembre, con mille promesse di rivederci, ma da allora per moltissimo tempo non lo rividi più.


La cattedrale


Erano passati diversi anni dalla fine della laurea ed ora ero diventata quel che avevo sempre desiderato; insegnavo lettere antiche nell’omonima facoltà all'università degli Studi di Milano ed adoravo il mio lavoro, al punto che nei week end cercavo sempre nuove strategie per insegnare ai miei studenti l'importanza dello studio e della sua costante applicazione. Studiare non in maniera passiva, ma appropriarsi di una conoscenza che ci renda persone migliori; non è solo leggere un libro ed analizzarlo  che ti pone su un piano superiore, è quel che rimane dentro di noi dopo la meravigliosa esperienza che ti comunica il viaggio alla scoperta del sapere. I miei alunni erano molto contenti di assistere alle mie lezioni e benché molto giovane per essere una docente universitaria, mi ero guadagnata la loro fiducia e la loro stima.
Un week end di fine Novembre, decisi di farmi un regalo e partii per Parigi, con l'intento di visitare la città e di osservarne la bellezza, scrutandola attraverso gli occhi della turista; tempo prima mentre sfogliavo una rivista,   mi ero soffermata su un’immagine che rappresentava una finestra di un’ antica cattedrale. Ancora una volta una finestra, come tanti anni prima, aveva colpito la mia immaginazione, solo che questa volta si trattava di quella della cattedrale di Notre-Dame. Anche questo scatto era dominato da un fascio di luce che penetrava attraverso il rosone posto in alto quasi a sfiorare l’infinito e che mi ricordava la purezza di quel riverbero luminoso di cui ho narrato all’inizio di questa storia.
Fu questo uno dei motivi che mi indussero a partire.
In quel luogo antico, fui nuovamente avvolta da quella stessa potenza obliqua e come tanti anni prima, notai che il colore del sole andava declinando in una luce pura, la cui bellezza è quasi impossibile da descrivere. Essa comunica una sorte di vertigine che investe gli esseri umani facendo loro comprendere la grandezza dell'infinito e allo stesso tempo, la caducità della vita e dell’essere.
Il silenzio irreale a Notre-Dame faceva quasi rumore: spazio e tempo erano scomparsi e si erano uniti in un’unica dimensione.
Da lontano scorsi un gruppo di turisti, intenti ad ascoltare la voce guida attraverso gli auricolari. A parte loro, vidi solo un uomo che sfogliava un libro con delicatezza; ne fui incuriosita e mi avvicinai per capire cosa stesse leggendo.
Marco tornò così nella mia vita. Lo rincontrai quel giorno, per caso, mentre l'eco dei miei passi rimbombava nella magnifica abside di Notre dame. Ancora una volta era stato il caso a farci incontrare e a porre le nostre vite una innanzi all'altra.
Lui era là per lavoro, era diventato nel frattempo uno scrittore che si occupava di argomenti storici e di storiografia e benché la sua occupazione non fosse poi così remunerativa, aveva scelto di non piegarsi alle logiche del profitto e di sostentarsi con quello che riusciva a guadagnare. Marco aveva seguito le sue inclinazioni e la sua caparbia intenzione di diventare una persona affermata nel campo della scrittura storica ed era sulla buona strada.
Ci recammo  in un bistrot dove il tempo parve tornare nostro complice, durante quella manciata di ore che ci consentirono di raccontarci quello che era accaduto durante quegli anni di separazione. Non ho mai indagato del perché non ci cercammo più, ma in quell’istante poco importava. Quel che desideravo era assaporare ogni attimo di quei momenti che ci erano letteralmente sfuggiti dalle mani anni prima e che come le tessere di un mosaico, ad un certo punto trovano la loro ideale collocazione fino a diventare un quadro bellissimo.

Neve


A Milano, arrivò la neve e con essa la certezza di un nuovo cambiamento.
Avevo rivisto Marco moltissime volte al mio ritorno; lui abitava e lavorava nell’hinterland mentre io risiedevo non lontana dal centro storico di Milano. I fine settimana erano sempre nostri, eravamo inseparabili, ma eravamo ancora due amici, null'altro che amici.
Ero sicura di non essergli indifferente, percepivo il suo sguardo su di me, mentre indugiava su qualche dettaglio del mio vestito oppure mentre guardava i miei occhi. Tuttavia il nostro rapporto di amicizia si basava su lunghe chiacchierate, che bastavano a rendermi felice.
Poi in un giorno di dicembre, mentre la neve scendeva copiosa, Marco mi annunciò che da lì ad
un mese si sarebbe sposato. Un lampo di tristezza attraversò i suoi occhi e la sorpresa in me fu evidente. Non me lo sarei mai aspettata ma a quasi trenta anni, quasi tutti i miei amici erano fidanzati e pensavano al matrimonio, perché lui sarebbe dovuto sfuggire a questa consuetudine? Eppure....mi chiedevo, perché non me lo avesse detto prima, cullando in me l'illusione di un amore che ora vedevo improbabile.
Prima di tornare a casa, lo abbracciai forte ma mi resi conto che quello sarebbe stato un addio. Lui mi chiamò diverse volte, prima del matrimonio e anche  dopo, ma di fatto trovai sempre il modo di non vederlo più. La sofferenza ed il dolore erano diventati troppo forti e la strada che dovevo intraprendere non era semplice. Sarei rimasta sola ancora una volta, senza Marco e la bellezza del verde dei suoi occhi e senza più sentire il suono della sua voce che mi dava sicurezza e mi proiettava in un mondo dove esistevamo solo noi.
Su Milano cadeva copiosa la neve e solo il tonfo dei fiocchi che ricoprivano ogni cosa, spezzò l'infinito silenzio del mio cuore.

Come Penelope



Nel vuoto dei ricordi ti ho atteso come Penelope, negli invisibili luoghi della memoria.

Sono come una funambola sospesa sul filo del tempo, incapace di arrivare alla meta e sempre in bilico sul vuoto che sembra divorarmi. Le stanze sono senza pareti, cadere nel nulla è facilissimo.

Eppure oggi il cielo è azzurro, dello stesso colore di quello di tanti anni fa, quando studentessa universitaria, ascoltavo la voce dell'unico uomo che avrei potuto amare. Non ho mai dimenticato il suo volto, la sofferenza di quel giorno in cui decisi di dirgli addio è ancora scolpita in me, cesellata finemente come se fosse un pezzo di marmo  tra le mani di un artista che gli conferisce un’anima.

Il dolore diventa violento e allo stesso tempo sublime, invasivo, un baratro, il vuoto, l’infinito ed il nulla.

In questo cielo ritrovo sogni sepolti e schegge della memoria e a volte confondo passato e presente, senza nulla chiedere se non di essere di nuovo investita da un raggio di luce, che pare essersi smarrito tra le stelle.

A volte il destino pare prendersi gioco di noi, a volte i giorni incolori diventano l'inizio di nuove dimore dove noi pretendiamo di tornare ad abitare. Persa nelle mie riflessioni, mi rendo conto che il telefono squilla a più riprese e che compare un numero che non conosco. Alla prima decido di non rispondere, ma dopo un'ora ancora lo stesso numero. Finalmente dico “Pronto” e dall'altra parte del cavo sento una voce che credo di riconoscere, come se essa avesse attraversato il passato ed il presente, finanche giungere a me attraverso l'eco del ricordo. E' Marco, dopo tanti anni in cui avevo dimenticato l'emozione della sua voce; è Marco che è tornato dal passato e che ora è là, che cerca parole che non vengono per ingannare quel destino che muove i fili scomposti di una storia che cercano nuovamente di riannodarsi.

Decidiamo di rivederci, l'urgenza del nostro incontro non si può più rimandare; non ho in mente che lui, solo Marco ed il suo volto.

In un giorno d'estate le nostre vite tornano a percorrere la stessa strada, il sentiero che ha diviso i nostri giorni e che ha preso due direzioni diverse, diventa unico.

 

E’ questo il giorno? This is the day?


Ci rivediamo nel parco del Castello sforzesco , disseminato di magnifici fiori che sanno di estate e di giorni di luce.

Come un’ immagine in bianco e nero sepolta nei meandri della memoria, il presente ed il passato si fondono e si confondono,  i fiori diventano un arcobaleno e le foglie verdi labirinti bagnati dalla rugiada.
Non serve parlare; il tempo è uno spazio infinito che ha il potere di tessere trame e di dissolverle. Esso scorre impetuoso, veloce e si porta via tutto, eppure qualche volta decide di fare un'eccezione e di riavvolgere il nastro della vita.
E noi siamo qua, uno di fronte all'altra, in un abbraccio che era stato l'ultimo in un giorno di dicembre, mentre la neve stendeva il suo manto bianco sulla città. Era un ricordo rimasto impigliato tra le ciglia e le lacrime che erano scivolate sul mio volto; ed ora esso riprendeva forma, attraverso le nostre mani che si incrociavano in un groviglio di dita che si cercavano nuovamente. All'abbraccio segue un bacio, che avevo sognato per tantissimi anni e che ora diventava reale, così come lo era il calore del suo corpo che avvolgeva il mio. Non c'era più tempo per pensare, solo attimi fuggenti da assaporare e imprimere nel fiume della memoria.
Ci raccontiamo di noi, di quel che eravamo stati e di come gli anni erano passati inesorabili all'ombra del ricordo. Marco mi racconta che non era più sposato da tempo mentre  io nel frattempo avevo intrapreso una relazione che in realtà non mi dava più alcuna emozione. Ero ad un passo dal crollo e rivedere lui, i suoi occhi verdi che mi fissavano, mi avevano fatto capire molte cose che fino ad allora non mi erano state chiare.
Decisi di riprendere in mano i fili della mia vita e di iniziare a volermi bene. Fino ad allora ero
stata trascinata dalla corrente impetuosa del fiume e mi ero lasciata trasportare, senza ascoltare le mie sensazioni e le mie emozioni. Gli esseri umani a volte, diventano incapaci di ascoltarsi e pretendono di essere felici ad ogni costo, pur costruendo muri altissimi dove il sole non trova spazio e dove gli occhi non possono vedere le nuvole che incessanti, continuano il loro infinito viaggio. Da tempo avevo smarrito la visione del sole che sorge all'alba e di quella di nubi di passaggio che anni prima osservavo di continuo, sorprendendomi ogni volta che il mio sguardo incrociava il loro movimento.
Gli anni trascorsi, mi ponevano di fronte ad un uomo completamente diverso da quello che avevo conosciuto ed amato anni prima. A volte la sofferenza è come una stilla che cade dalla grondaia, una dopo l'altra, ticchettando sul selciato, finché goccia dopo goccia, si forma un fiume immenso, vasto, che contiene il dolore delle persone, nella cui acqua continuiamo a rifletterci e a cercare quel che siamo stati.
A volte quella stessa sofferenza si tramuta in una maschera che cela la parte migliore di noi, dissimulando le emozioni e facendoci diventare degli improbabili attori in cerca di una parte. Un gioco perverso dove come giocatori sulla scacchiera, finiamo col fare passi falsi e a smarrirci per sempre.
Paura di amare, di scontrarsi con i fantasmi del passato e le incertezze del presente. Timore di perdere tutte le certezze e di non essere più capaci di trovare nelle cose semplici, quel che conta.
Questo eravamo noi, due viaggiatori alla ricerca di una mappa da seguire, o due personaggi su un palco, che tentavano di trovare la storia giusta da raccontare.

Light



Oggi, siamo i protagonisti di una storia che ancora non è stata raccontata per intero, dove il destino fa da narratore e dove noi cerchiamo di strappargli via dalle mani, le chiavi che apriranno la porta giusta. Qualche volta mi ritrovo a sbirciare oltre quella porta, e vedo solo buio, qualche altra volta ho il coraggio di spalancarla completamente e di sedermi di nuovo su quella stessa sedia di allora a contemplare i colori delle stelle.
Le vecchie pareti ammuffite si colorano di bianco, le crepe che attraversano i muri vanno chiudendosi ed io resto là incantata ad osservare di nuovo il cielo che si dispiega attraverso i vetri, in un giorno d'estate; oltre quella porta, ci siamo noi due che passeggiamo e guardiamo il cielo, mentre le nuvole in cammino vanno fluttuando veloci, scomposte, affidandosi al vento.


Racconto di Eufemia Griffo ©

Note

Il titolo del racconto è This is the day ed è tratto da una canzone dei “The the” e significa “E’ questo il giorno?”.
Ringrazio Sandro Foti in arte Kalosf, per le bellissime immagini, fonte di ispirazione e di scrittura e per la bellissima citazione che ho utilizzato come sottotitolo.
Le immagini utilizzate hanno i seguenti titoli:
“Nella luce” immagine di copertina;
“Vision” (nel capitolo “La cattedrale” pag. 6);
“Paesaggi di bianco” (nel capitolo “Neve” pag. 8);
“Celeste” (nel capitolo “Come Penelope” pag. 10);
“Oltre il colore” (nel capitolo “Thisis the day?” pag. 12);
“Perchè essere felici per una vita intera, sarebbe quasi insopportabile” (nel capitolo “Light” pag. 14).

*
Questa è un’opera di fantasia, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.


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