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parte I

In questo racconto c’è molta parte di me. O forse solo immagini sbiadite di alcuni episodi della mia vita, che ho ripreso trasformandole e romanzandole tali da farle diventare un racconto frutto della mia fantasia.

 

In sottofondo, mentre scrivo “Perfect Day” di Lou Reed  e “Turn the page” dei Metallica.

Steventon, Hampshire, 10 Giugno 1958

 

Stranamente, per quanto io torni indietro  nei miei ricordi, il viso che rivedo non è quello di mia madre; di lei conservo solo un’ombra sbiadita ed immagini che come riflessi nell’acqua, danzano veloci nella mia mente.

Sono passati tredici  anni dalla fine della guerra che mi ha portato via tutto: la mia giovinezza, la spensieratezza,  mio padre e tutto ciò in cui credevo.

Non oso chiamarli sogni, perché questi evocano parole felici e magiche, mentre ciò che rimane nella mia mente di quegli anni  è oscuro e tetro, così come lo sono gli incubi, che hanno cancellato i miei anni felici, trascinandosi dietro in una spirale d’odio, l’’affetto delle persone che ho amato.

Da piccola io e mio padre salivamo sulla collina che porta alla torre di Igraine, giocando a rincorrerci tra gli alberi e le siepi che stavano tutto intorno alle mura del castello, fin quando sfinito mi prendeva in braccio e senza quasi accorgermene mi adagiava sulle sue grandi spalle e mi  portava a cavalluccio fino alla grande scala che conduceva alla torre.

La mia è stata un’infanzia singolare: mio padre aveva ereditato la tenuta di Igraine  dai suoi avi e benché non si potesse permettere lo stesso tenore di vita di coloro che vi avevano abitato precedentemente, aveva deciso di rimanere tra le mura del vecchio maniero. Si diceva che esso, secoli prima, era stato preso d’assedio e che la popolazione a valle, si era rifugiata tra le mura, sfuggendo a morte certa. Infatti il castello si affaccia su un’ampia vallata, e secoli fa era cinto da alte mura che erano la sua difesa.

Mio padre dipingeva. Ore ed ore trascorse nella torre di Igraine, davanti alla finestra che ad ovest si affaccia sull’immensa vallata e da cui appariva un panorama mozzafiato.

I suoi dipinti riflettevano la luce ed i colori di quel paesaggio magnifico e guardandoli spesso mi perdevo in esso, sognando di volare con ali spiegate come l’aquila sulla volta del cielo.

Essi ci davano da vivere, modestamente, ma quel tanto che bastava da non farci mancare nulla. Mio padre, anni fa, era stato allievo di un famoso pittore francese, da cui aveva ereditato lo stile ed il talento e per anni aveva abitato a Parigi.

Era lì che finivano i suoi quadri e quasi sempre grazie al suo mecenate, riusciva a venderli e a guadagnarci una discreta somma.

Ricordo che un giorno, giunse fino a Igraine , una macchina bianca, da cui scesero una signora tutta vestita di bianco, insieme ad un giovane, il figlio, che avevano sentito parlare del talento di mio padre ed avevano deciso di spingersi fino al castello, per ammirare la sua arte.

Fu grande la loro delusione quando videro che in verità mio padre non aveva da offrire loro tutti i dipinti che essi immaginavano. In realtà alcuni di loro, li tenevamo nel salotto e pochissime persone, eccetto mia madre e mia sorella, avevano avuto la gioia di poterli ammirare. Essi erano meravigliosi, ma erano nostri.

 

In uno vi era dipinta mia madre, con un lungo abito di seta color verde smeraldo ed una collana di perle, tenuta voluttuosamente tra le mani. Le sue mani…erano magnifiche e mio padre le aveva dipinte talmente bene, che sembravano reali.

Di mia madre ho in mente quest’immagine e le poche volte che la richiamo nella mia memoria, la rivedo esattamente così. Voluttuosa e bella, mentre guarda mio padre che ne cattura la luce degli occhi e la consegna all’eternità.

Poi arrivò un inverno freddissimo e lei si ammalò: ero molto piccola e ricordo poco. So solo che qualche tempo dopo lei se ne andò per sempre. Non mi riesce mai di usare la parola morte, forse perché non ho mai voluto accettare che anche lei, così bella, potesse essere avvolta dall’oscuro manto dell’oblio che solo la morte reca con sé…o forse mi illudo, di poterla rivedere col suo vestito verde e le perle che le adornavano il collo.

 

 

Steventon Hampshire,  13 Giugno 1958

 

Ho divagato. Non era di lei che volevo parlare. Per quanto me lo imponga, lei viene spesso a visitare le pagine di questo diario. Ho dovuto smettere perché le lacrime mi hanno impedito di proseguire.

Mia sorella Sarah, di circa sette anni più grande di me, si sposò poco dopo che mia madre se ne andò e così io e mio padre rimanemmo soli a Igraine.

La ricca signora che era venuta a cercare un quadro da comprare, vide il dipinto che mio padre aveva appena terminato e che aveva posto in giardino, perché i colori si asciugassero, o forse come diceva scherzosamente, catturassero la luce necessaria, per renderlo ancora più reale.

Ridevo sempre di questa sua affermazione, ma in verità era proprio così: quando lo guardavo non potevo che fare il paragone con ciò che ci stava attorno e che mi sembrava prendere vita, tra i colori che danzavano sulla tela.

Le disse che non era in vendita e che non era terminato, che mancava qualcosa.

Lei gli disse che era perfetto così e che lo avrebbe pagato moltissimo se avesse acconsentito a venderlo. Ma non lo era, esso non aveva prezzo perché quella tela sarebbe rimasta a Igraine.

La signora lo ringraziò, gli allungò un biglietto da visita – nel caso ci avesse ripensato – e lo salutò. Il ragazzo che era con lei, non aveva proferito parola: doveva avere all’incirca la mia età e mentre la madre contrattava, se ne era andato a spasso per i dintorni, ammirato e deliziato, almeno così mi parve, per quei posti incantevoli. Mi salutò con una stretta di mano ed un “arrivederci” che mi lasciarono dentro una strana sensazione che allora non seppi definire. Alla soglia dell’adolescenza, non mi ero mai innamorata di nessun ragazzo o forse non ve ne era stata occasione. Quel giorno, salii a perdifiato tutti i gradini della torre, pensando a lui e desiderando di rivederlo.

Naturalmente non lo vidi più..o forse sì. Ma questa è un’altra storia.

 

 

 

 

Steventon Hampshire 27 Giugno 1958

 

Sono strascorsi diversi giorni dall’ultima volta in cui ho scritto sul diario. Non so per quali motivi, ma non ero dell’umore giusto per raccontare altro.

 

Nelle lunghe sere di inverno, quando le piogge interminabili scrosciavano vigorose, impedendoci anche di uscire per pochi istanti dal castello, i colori dei dipinti di mio padre illuminavano il salotto, riscaldato dal fuoco del camino.

Avvolti in ampie coperte di lana, stavamo a guardarli persi nei nostri pensieri.

Il dipinto che la ricca signora voleva acquistare, era tornato nella torre ed era rimasto là. Mio padre insisteva col dire che esso non era terminato e che mancava qualcosa.

Rivedo quei giorni, mentre alzo gli occhi al cielo ammirando le guglie maestose della torre, incantevole e sinistra al tempo stesso, vecchia di secoli e testimone di vite passate e presenti e chissà, mi chiedevo, future.

Non pensavo mai al futuro allora, vivevo di giorno in giorno felice del mio vivere, della mia vita semplice e forse monotona, ma per me perfetta.

Non ho ereditato il talento di mio padre: amo disegnare e a volte dipingevo accanto a mio padre, nella speranza di sentirgli tessere lodi che in verità arrivavano sempre.

Il mio non era un talento pari al suo perché  nulla può essere paragonato alle pennellate con cui egli riempiva la tela. Piuttosto amo scrivere e fare scivolare i miei pensieri sui fogli di carta, il cui fruscio mi ha sempre donato un’immensa gioia ed una sensazione di benessere che poche cose sanno darmi.

 

 

 

 

Steventon Hampshire, 28 Giugno 1958

 

Ieri ho dovuto abbandonare i miei ricordi; i miei tre figli, con le loro urla schiamazzanti e gioiose, hanno richiamato la mia attenzione e da lì a lasciarmi trasportare dai loro giochi, è stato un attimo.

Ma oggi sono di nuovo qua, pronta ad  immergermi nei ricordi della mia vita precedente.

Ricordo che un giorno, ero molto piccola, salii tutti i gradini della torre che portavano alla “sua stanza”: arrivai con gambe tremanti ed il cuore in tumulto.

Volevo regalargli un fiore che avevo raccolto nel prato; sapevo che mio padre apprezzava questo genere di doni – spesso essi finivano tra le pagine di un libro e una volta seccati, diventavano dei segnalibri bellissimi – ed io amavo fargli piccoli regali. Ero piccola, ma ogni occasione era buona per farmi abbracciare o semplicemente per potergli stare accanto mentre dipingeva. Non aprivo bocca: sapevo che lui era là, alla ricerca di un silenzio perfetto che lo ispirava a comporre sulla tela ciò che egli aveva già realizzato nei meandri della sua mente.

Perché un artista, prima ancora di creare, ha già impresso nella mente e nel cuore, ciò che man mano prenderà forma, sulla carta, su una tela, su un foglio di musica.

Io la chiamo  magia dell’arte.

Prima che si accorgesse della mia presenza, lo trovai assorto, mentre fissava la tela, come se guardasse un altro mondo, tanto che mi chiedevo cosa i suoi occhi stessero guardando.

Per una singolare coincidenza mio padre stava dipingendo gli stessi fiori di cui tenevo un esemplare tra le mani, solo un poco più belli di quelli reali, almeno per me.

L’altro dipinto, continuava a rimanere là, in attesa della pennellata finale che però per una strana ironia della sorte, mio padre non diede mai.

 

 

 

Steventon Hampshire, 8 Luglio 1958

 

Poi vennero i giorni bui della guerra e nulla più fu uguale.

Mio padre ricevette una lettera. Come tutti gli uomini della sua età doveva partire per il fronte. L’Inghilterra era in guerra, come la maggior parte delle nazioni europeee e i suoi uomini dovevano dare il loro tributo.

Egli mi salutò promettendomi di tornare e chiedendomi di continuare a mantenere quel mio eterno sorriso di eterna bambina, perché solo così sarebbe partito tranquillo, e di continuare a credere nei miei sogni.

Mi sforzai di sorridergli, trattenendo le lacrime e dicendo sì col capo. Estrasse dalla tasca un cartoncino su cui era stato abbozzato a matita un fiore colorato con dei pastelli ed una mano di bambino, che lo tendeva…

Capii allora che anche per lui, quel giorno nella torre era rimasto impresso nella memoria come uno dei nostri giorni migliori.

Non era stato un giorno diverso dagli altri, eppure, per una strana malia, lo avevamo eletto come uno dei nostri giorni più belli.

 

 

Steventon Hampshire, 16 Luglio 1958

 

Ritorno con fatica alle pagine della mia vita: spesso il caldo di quest’estate caldissima, lo fa da padrone impedendomi di avere la lucidità e la serenità necessarie per immergermi tra le pagine della mia vita.

Sono passati tanti anni da quando mio padre partì per il fronte e il disegno che fece per me è racchiuso tra le pagine di questo diario, tanto che spesso girandone le pagine, fa capolino quasi come a volermi ricordare ciò che ero stata.

Una vita fa…

Negli anni della guerra mi rifugiai nella tenuta di campagna di zia Margareth, sorella di mia madre, che aveva acconsentito a prendermi con sé. A quell’epoca, ricordo che ogni giorno, arrivavano da Londra tantissimi bambini, che come me sfuggivano alla follia della guerra. Volti tristi e rassegnati come il mio, volti di bambini ai quali erano stati strappati sogni e affetti, ma anche volti di bambini che nell’’incoscienza tipica di quell’età, tornavano a vivere.

Quando i ricordi di quei giorni funesti furono solo un doloroso ed allo stesso tempo sbiadito ricordo, tornai a Igraine, sola, ricercando le vestigia di un passato che rivivevo solo nella mia mente. Ero una donna oramai, almeno per quello che dicevano gli altri, e come tale dovevo comportarmi. A me sembrava di avere abbandonato quei luoghi solo pochi giorni prima e vagando intorno al maniero, andavo alla ricerca di quell’altra me stessa, che oramai apparteneva ad un altro tempo. Forse quello che tutti volevano dimenticare.

Ero sola, ed eccetto mia sorella che vedevo raramente, e zia Margareth, non avevo più nessuno.

Ero folle ed ebbra allo stesso tempo, di poter tornare a vivere tra le mura dell’antico castello  dove ero stata felice, e poter risalire uno ad uno tutti i gradini che portavano là in alto, alla torre di Igraine.

E magari risalendo, mi illudevo che una volta arrivata in alto, lo avrei rivisto là, assiso sulla sua sedia, mentre dipingeva.

In tutti quegli anni l’ho rivisto così, nell’atto sublime della creazione.

Ed invece lui non c’era, o forse sì. Il riverbero della luce del sole non mi faceva mettere a fuoco le immagini. Ed allora esclamai : “Padre!”.

Lui si volse e mi sorrise. Non lo riconobbi subito, anzi non lo riconobbi affatto.

Mi avvicinai mentre la tenue speranza di rivedere colui che avevo amato tanto, andava sbiadendo. Non era mio padre, ma un giovane che osservava quel dipinto che tanti anni prima mio padre non volle vendere. Era lì, perfetto, intatto,  e sembrava che la polvere del tempo che scorre incessante, quasi non vi aveva lasciato traccia.

Tutto era rimasto immutato: il cavalletto, i pennelli, i colori. Tutto sembrava eternamente immobile.

Eppure guardando quel quadro, avevo ancora l’impressione che  mancasse qualcosa.

Mi salutò dicendomi che certamente non lo avrei riconosciuto. Era il figlio della ricca signora che anni prima era venuto a visitare la mia dimora e a chiedere a mio padre di vendergli quel quadro. Mi disse che per tutti quegli anni era stato in America, patria di sua madre e che aveva deciso di tornare per rivedere Igraine ed il suo antico maniero.

Raccolsi i pennelli e li appoggiai sul cavalletto, mentre con imbarazzo cercavo di trovare le parole giuste per rompere il silenzio che era caduto su di noi.

 

 

 

Steventon Hampshire, 20 Luglio, 1958

 

 

Ethan, questo era il suo nome, da quel giorno tornò spesso a Igraine e col tempo diventammo amici.

In cuor mio fremevo dal desiderio di rivedere la sua auto risalire su per il pendio e fermarsi davanti alla soglia del castello.

Mio padre non tornò più dal fronte e solo qualche anno dopo giunse la notizia ufficiale della sua morte.

Fino ad allora ero vissuta nell’illusione di poterlo rivedere dipingere, mentre muoveva sapientemente il pennello tra le dita, facendolo scivolare sulla tela e dando forma ai sogni. Ai suoi sogni ed ai miei.

Colori stesi sapientemente, mescolati tra loro, come in un’eterna danza che celebrava la bellezza della vita e della natura.

 

 

 

Steventon Hampshire, 30 Luglio 1958

 

 

Sono passati molti anni dal mio ritorno a Igraine.

Nel frattempo conobbi l’amore con Ethan che dal giorno del nostro incontro nella torre, tornò spesso a trovarmi.

Un anno dopo decidemmo di sposarci e l’anno successivo assaporai la gioia di diventare madre.

Mio marito acconsentì a vivere a Igraine : se ne era profondamente innamorato e durante i giorni del nostro amore, mi confidò che spesso aveva pensato a quel posto incantato desiderando di viverci.

Non ho più conosciuto quella perfetta felicità di quando ero bambina o forse semplicemente essa non esiste; anche ora posso dirmi felice, ma sono solo cambiate le condizioni che ed i tempi.

 

 

Steventon Hampshire, 3 Agosto 1958

 

 

Ieri , per caso, ho deciso di salire i 150 gradini della torre. In mano recavo una bottiglia di acqua che solevo recare con me, per alleviare l’arsura di questi giorni caldissimi. Mi ritrovai nuovamente nel mio passato e nei miei ricordi.

A volte, essi sono come le onde del mare che si abbattono sulla spiaggia: ti tengono avvolti e prigionieri al tempo stesso.

Non so come accadde, ma decisi di ravvivare quelle immagini e come per magia, presi i pennelli, li intinsi nel bicchiere che avevo riempito con l’acqua della bottiglia, mescolando i colori oramai incrostati e resi duri dagli anni.

Li mescolai tra loro per molto tempo, fino ad ottenerne una pasta fluida dai colori vivi e brillanti.

Essi iniziarono a stendersi sulla tela, mentre osservavo la mia mano che si muoveva, quasi come se fosse guidata da un’altra mano invisibile, tracciando contorni, ravvivando immagini di altri tempi, di una notte d’estate, mentre il cielo si oscurava e lampi e bagliori illuminavano la notte, riportando in vita quelle immagini color pastello che vedevo vive nella mia mente, mentre si materializzavano sulla tela.

Era come se quel tempo felice balzasse fuori dal dipinto per riprendere il suo legittimo posto nella storia, nella mia storia, che era stata fermata dalla follia degli uomini.

Ora finalmente, il dipinto di mio padre, era terminato.

 

 

 

Steventon Hampshire, 13 Dicembre 1958

 

L’anno volge al termine. Natale è alle porte.

Ripenso alla scorsa estate e al dipinto di mio padre.

Lo fisso intensamente durante queste interminabili sere di inverno, immergendomi in quella stessa atmosfera da sogno che è immortalata sulla tela.

Ora quel dipinto è posto nel grande salone dove sovente gioco con i miei bambini e dove è nostra abitudine raccoglierci in cerchio e leggere storie antiche che ci fanno tanto sognare. I miei bambini hanno ereditato da me, la stessa passione per la storia antica e come me sono dei sognatori. Ne sono contenta perché in loro rivivono i miei sogni, anche se spero che con loro la vita sia molto più equa di quanto non lo sia stata con me.

Non ho rimpianti, né debiti. Solo la sensazione di non avere vissuto giorni che mi sarebbero spettati di diritto. Non solo a me, ma a tutti quei bambini, che come me, sono stati costretti a crescere prima del tempo.

Questo è quello che a volte decreta l’insana follia dell’’uomo, tenendo in pugno i destini dell’’umanità.

E così, mentre gioco con loro, mentre leggo ad alta voce storie di dame e cavalieri innamorati e godo di questa perfetta felicità, volgo il capo ed osservo il dipinto di mio padre, mentre quelle immagini color pastello sembrano prendere vita e forma unendosi a questo presente, che si mescola al passato, in una danza del tempo senza fine.

 

 

Elisabeth

 

n.d.a. Il racconto è ambientato a Steventon sobborgo rurale dell’Hampshire, Inghilterra, e qui vi è un chiaro e voluto omaggio da parte mia, alla grande scrittrice inglese, che ho scoperto da poco, Jane Austen che nacque proprio a Steventon nel 1775.


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