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Torquay, Maggio 1996
Quel giorno a Torquay, le strade erano affollate e piene di gente; si celebrava il ventesimo anniversario della morte di Agatha Christie, che era nata là quasi un secolo prima.
Per l’occasione la gente vestita a festa, se ne andava per le strade con sotto braccio i libri della celebre scrittrice inglese.
Ernest Fletcher, un distinto signore sulla quarantina, ammirò le stradine che correvano lungo l’asse centrale della città sulla baia del Devon, invase da banchetti che esponevano libri di ogni genere e vari oggetti di antiquariato di cui era appassionato.
Era sempre stato attratto dalle fiere dell’antiquariato e fortuna volle, che avesse abbastanza denaro per poter seguire la passione che suo padre gli aveva tramandato.
D’un tratto si fermò davanti ad una bancarella, dove facevano bella mostra libri antichi di ogni genere, accanto a romanzi più recenti della famosa scrittrice. Iniziò a rovistare tra gli oggetti poggiati sul bancone, quando Annie Tyler, una donna sull’ottantina, proprietaria delle merci esposte, gli chiese se vi fosse qualcosa di particolare che potesse interessargli.
L’uomo sorrise con un cenno di assenso e continuò a cercare.
Tre francobolli d’epoca vittoriana, che riconobbe come appartenenti al Giubileo della Regina Vittoria, erano in bella mostra tra i vari oggetti d’antiquariato. Forse dei falsi d’autore, ma se tali erano, le copie erano magnifiche quanto gli originali, che già Fletcher possedeva in gran numero.
Allora fece un rapido calcolo delle probabilità di incorrere in un falso, ma alla fine della valutazione, decise di acquistarli: erano francobolli rarissimi e per giunta li cercava da tempo.
Annie Tyler parve molto soddisfatta, anche perché il ricavato delle vendite di quel giorno, era una piccola fortuna per gli abitanti di quelle parti, che attendevano con trepidazione eventi del genere.
Ernest Fletcher, si disse che era una buona, anzi una magnifica giornata, e stava per andarsene, quando il suo sguardo fu catturato da una scatola damascata di medie dimensioni, che la signora Tyler teneva per terra accanto al bancone, proprio vicino alle sue gambe.
Fu questa cosa che incuriosì Fletcher, che si chiese cosa diamine potesse mai contenere una scatola così elegante, tra oggetti d’epoca, la maggior parte dei quali logori e consunti, da apparire quasi fuori luogo rispetto alla bellezza e alla perfezione di quell’oggetto.
La signora Tyler, prima ancora che l’uomo ponesse domande, gli disse che il contenuto di quella scatola non era in vendita e solleticando la sua curiosità, iniziò lentamente e con estrema cura ad alzare il coperchio che la chiudeva.
~
Torquay, Ottobre 1805
Quella notte spirava un vento impetuoso, ed una tempesta furiosa si stava per abbattere sulla costa del Devon.
La donna prese a correre, tenendo con una mano la lanterna, e con l’altra l’orlo del vestito, per non inciampare; quindi aprì la porta della tenuta, chiudendola poi con forza, opponendosi alla furia del vento che quella notte soffiava con particolare violenza abbattendosi sull’uscio.
Indossava un lungo abito bianco di broccato, ricoperto da un mantello color rubino; il suo volto, infreddolito dal gelo notturno, era coperto da uno scialle di lana, ampio abbastanza da ricaderle sui capelli neri che portava sciolti.
Era una notte come tante, di un autunno malinconico e freddo, sferzato da piogge portate dagli oceani.
Danielle Moreau si tolse il mantello e lo scialle, ed attizzò il fuoco del camino, per cercare calore nella grande stanza della tenuta sul mare.
Era stata incosciente ad allontanarsi da casa, sapeva i pericoli che avrebbe corso, ma quelle acque immote esercitavano su di lei un fascino occulto al quale non sapeva resistere.
A ventitré anni, una sorta di inquietudine le si era radicata dentro e non le sapeva dare un volto, lei, creatura solitaria, che da tempo cercava riparo da un mondo dal quale era fuggita.
Da piccola Danielle aveva vissuto ad Honfleur, una città di mare della Normandia e all’età di tre anni sua madre, Alexandra Moreau, era scomparsa in circostanze misteriose. Nessuno mai ritrovò il suo corpo e di lei, con gli anni, non si seppe più nulla ed il suo nome fu cancellato dalla memoria. Danielle cercava di rievocarne il volto e di collocare tra i ricordi, ciò che le era rimasto di sua madre; ma ogni suo tentativo di ritrovare le tracce di colei che l’aveva messa al mondo, furono inutili.
Di Alexandra, rimaneva solo un dipinto di modeste dimensioni, contrariamente a quella che era la moda di quegli anni, che vedeva i nobili farsi ritrarre su pesanti tele che venivano sistemate, negli enormi saloni delle loro tenute. Allora Alexandra, doveva avere all’incirca la stessa età di Danielle, quando Monsieur Julien Arnaud l’aveva ritratta di profilo, con in mano un libro, le mani appoggiate su un leggio ed un abito di colore giallo. Ne era venuto fuori un quadro magnifico nella sua semplicità, che Danielle aveva guardato ed ammirato negli anni migliaia di volte, fantasticando su quella donna, dallo sguardo dolce e le mani così belle.
E poi c’era una bambola, che suo padre le aveva regalato alla morte di Alexandra, il cui viso era stato cesellato su quello della donna, che all’epoca aveva circa dodici anni.
La bambola non aveva affatto i tratti del volto infantili, e lo stesso sguardo era alquanto diverso da quello delle bambole dell’epoca, dal viso vitreo e sfuggente.
Essa divenne un po’ il legame privilegiato tra lei e la donna e Danielle non se ne separò più.
Quando Danielle compì dieci anni, era il 1793, suo padre lasciò la Francia e la condusse in Inghilterra. Danielle, aveva percepito nei suoi occhi, una chiara espressione di terrore e aveva ben compreso che quella era stata una fuga. La Francia, dopo la morte di Luigi XVI, per quelli come loro, era diventata pericolosa e molti erano sfuggiti a morte certa trovando esilio in terra britannica.
Di quel viaggio le era rimasto solo il ricordo della lunga traversata sull’oceano ed un freddo violento che si insinuava nelle ossa.
In Inghilterra, erano stati ospitati da alcuni parenti di Alexandra, che tempo prima si erano stabiliti in Cornovaglia, ad Exeter nel Devon.
Da Honfleur era riuscita a portare con sé pochissime cose che le appartenevano, e che erano state custodite gelosamente in un vecchio baule; la bambola invece era rimasta ad Honfleur, e Danielle si maledisse milioni di volte per non averla riposta immediatamente nel baule. Si era detta che riporla là dentro, relegandola in un mondo di ombre incolori, l’avesse privata di luce.
Invece quella scelta le era stata fatale e la bambola di Alexandra rimase ad Honfleur. Non vi fu mai alcuna possibilità di ritrovarla e Danielle, dalla notte della fuga non la vide mai più.
Negli anni dolorosi che seguirono alla partenza, trovò come unico conforto nei giorni tutti uguali, la lettura dei numerosi libri della biblioteca che faceva parte della tenuta dei suoi parenti. In questo, si diceva, doveva senza dubbio somigliare a sua madre, poiché in un’epoca in cui le donne non sapevano affatto scrivere e leggere, era desueto trovarne una che leggeva Goethe e Schiller.
Un giorno Danielle lasciò Exeter, contro il volere del padre e si rifugiò a Torquay; vi si recò in compagnia di una donna della servitù, di poche parole e assai discreta, che suo padre aveva scelto per lei. I giorni si trasformarono in settimane e quindi in mesi e Danielle iniziò ad amare il mare, i colori di quel cielo dove solo i voli di uccelli disturbavano la quiete irreale del tempo.
Ogni notte faceva strani sogni, rivedendosi bambina, la bambola accanto a lei, vestita con l’abito giallo che sua madre indossava nel ritratto. Erano ombre fatue, che scomparivano quando Danielle riapriva gli occhi, illusioni della mente che la turbavano profondamente.
Quella notte Danielle salì le scale che portavano in soffitta, pian piano, tenendo tra le mani una candela che proiettava ombre oblique sulle pareti. Aprì la porta e subito i suoi sensi furono colpiti dalla polvere, copiosa, che rivestiva oggetti e cose che stavano là da chissà quanto tempo.
Al suo arrivo, aveva fatto sistemare nella soffitta il baule e lo aveva ricoperto con un drappo di velluto rosso. Lo aveva messo lei quando era arrivata in quella casa, eleggendo quella dimora, custode di memorie e segreti. Nel baule c’erano i suoi libri, alcune lettere che negli anni aveva scritto a sua madre, immaginandola quale destinataria di parole che non erano state mai lette, e custodito in una stoffa di seta, legato da un nastrino verde, c’era il ritratto di Alexandra. Era passato tanto tempo dall’ultima volta che lo aveva guardato, perché non ne aveva avuto più il coraggio.
Sciolse il nastro che avvolgeva la seta, soffiando la polvere che era ovunque, facendosela scivolare tra le mani, impalpabile e fine come la sabbia del mare.
Gli occhi di Alexandra erano sempre belli, come la prima volta che li aveva guardati, ma la mestizia di quel volto era immutata, come se quella donna fosse prigioniera di una vita che le era stata rubata anzi tempo.
Danielle iniziò a parlarle, così come faceva da piccola, quasi aspettando di sentirne la voce, fin quando appoggiò il capo sul baule e chiuse gli occhi.
Nell’aria c’era odore di tizzoni ardenti. Danielle si sentiva strana, come non lo era mai stata in vita sua e allo stesso tempo sorpresa, poiché percepiva chiaramente di essere in un posto che le era estraneo.
Nella stanza ardeva un fuoco in un grande camino, e d’innanzi ad esso, seduta su una poltrona, c’era una donna di cui però non si poteva scorgere il volto. La luce della stanza era assai soffusa, e i contorni degli oggetti apparivano sfumati e tremuli.
Danielle guardandola da lontano, cercò di definirne il viso, che appariva in penombra e di indovinare quanti anni potesse avere; i capelli erano raccolti sopra la testa, da un nastro accuratamente annodato e l’abito che indossava era di colore giallo, impreziosito da un merletto attorno al collo.
La donna fissò qualcosa che teneva tra le mani, senza mai distogliere lo sguardo; d’un tratto iniziò a parlare, la voce velata da lacrime, rendendo difficile la comprensione delle parole.
Allora Danielle si avvicinò in silenzio, cercando di non fare rumore, per potere udire distintamente quello che la donna diceva:
“ Ah… potessi anch’io sentire il calore di calde lacrime, mentre scendono sul mio volto immobile. Ed invece il mio corpo di vetro, senza vita, è opaco come uno specchio di cristallo, fatto di immagini illusorie. Vorrei sentire ancora il calore delle mie mani bianche, oramai senza vita. Sulle mie gote pallide come la neve , sento solo bagliori di fiamme, che mai scalderanno il mio corpo inerme di bambola…”.
Danielle fu spaventata, nel sentire quelle parole che sembravano non avere senso: chi era quella donna? E perché piangeva?
Fu in quel momento, che la donna che stava seduta davanti al camino, si accorse di non essere più sola nella stanza, e di essere osservata da qualcuno nella penombra. Allora si alzò in piedi, e abbandonando l’oggetto che aveva tra le mani, corse via.
Danielle si avvicinò alla poltrona, nel tentativo di dirle qualcosa, ma le parole le morirono in gola, come se fossero tenute prigioniere da una forza alla quale era impossibile opporsi.
Sulla poltrona era rimasto un ritratto di donna: Danielle se lo portò tra le mani ed incredula si ritrovò a fissare il volto di sua madre, esattamente uguale a quello del ritratto che teneva gelosamente conservato nel suo baule.
Un fruscio d’abito la distolse da quella visione: la donna era ritornata indietro ed ora le stava di fronte. Danielle fu colpita dal pallore delle sue mani e poi dal suo viso giovane e quasi irreale, nel quale riconobbe quello della sua bambola: il suo volto era lo stesso di Alexandra.
Allora Danielle si ricordò dei suoi sogni, ed il presente ed il passato iniziarono a confondersi, reale ed irreale furono commisti come in un bicchiere di assenzio.
Il tempo si era fermato, e Alexandra, dal volto perfetto di bambola, era tornata ed ora
era là di fronte a Danielle , gli stessi anni che aveva sua figlia, preservata nella bellezza dei tratti, dallo scorrere del tempo che imbruttisce le cose e ingiallisce le foglie verdi di querce. Era come se la morte, fosse stata vinta in quell’istante d’eterna perfezione, e sconfitta dall’incontro di due volti e nell’intreccio di mani delle due donne.
Dopo tanti anni Danielle ed Alexandra, stavano per riunirsi.
Alexandra afferrò tra le mani un’ampolla che giaceva su un vecchio mobile finemente intarsiato e la diede a Danielle, invitandola a berne il contenuto. Come in una sorta di estasi, Danielle obbedì e afferrò l’oggetto, assolutamente cosciente di quello che stava per accadere e con lucidità, vi guardò dentro, accorgendosi che l’ampolla era piena solo per metà. Nel portarla alla bocca, prima ancora di iniziare a bere, saggiò uno strano sapore, come di bevanda rappresa da tempo, finanche la bevve tutta.
D’un tratto Danielle avvertì che la vita iniziava a lasciare il suo corpo e percepì solo gelo e freddo e una rigidità degli arti. Una nuova forma di vita, sublimata dalla morte che Danielle aveva accettato in quel momento, stava rinascendo.
Torquay, Ottobre 1975
Anni dopo, la tenuta di Torquay dove Danielle aveva abitato gli ultimi giorni della sua vita, fu acquistata da una famosa scrittrice inglese, che era ritornata in quei luoghi in cui era nata, decisa a scrivere il capitolo definitivo del Signor Poirot.
Agatha Cristie, fin da piccola, aveva sentito dire che quella casa era sfitta da quasi due secoli, perché considerata un luogo maledetto a causa della scomparsa di una giovane donna, che l’aveva abitata all’inizio del XIX secolo. Di lei non era stato mai trovato il corpo, ma solo un baule nella soffitta, che qualcuno aveva lasciato aperto.
Era una storia alquanto misteriosa, che si intrecciava con la storia della scomparsa di un’altra donna. Giunta alla soglia di 85 anni, acquistare un posto del genere, Agatha lo interpretò come una sorta di capriccio dettato dalla sua eccentricità di donna e scrittrice. Di sicuro non sarebbe stata la sua meta definitiva: amava viaggiare e spostarsi di continuo di continente in continente, inseguendo i personaggi che la sua mente fervida creava. Tra una pagina e l’altra del Signor Poirot, Agatha se ne andava per le stradine di Torquay, assai cambiata a dire il vero dalla fine del secolo scorso, ad interrogare le persone del luogo, sulla vicenda delle due donne scomparse, facendo domande irriverenti, frugando nei loro ricordi, confusi e arricchitisi nel tempo di aneddoti, che rasentavano spesso il surreale. In verità non apprese nulla di quanto già sapesse ed inoltre c’era un punto che le sfuggiva e al quale nessuno accennava mai: come erano scomparse Alexandra e poi Danielle? E che fine aveva fatto quest’ultima?
Un bel mistero insomma, che solleticò la sua mente fervida di scrittrice di romanzi gialli. Fu allora che decise di parlare con una specie di autorità del posto, Annie Tyler, una donna con la passione dell’antiquariato che collezionava ogni sorta di cimeli, andando a scovarli in ogni parte del mondo.
Anni prima, la signora Tyler, incuriosita dalla storia delle due donne scomparse, decise di saperne qualcosa di più rispetto a quello che si raccontava a Torquay. Fu così che raccontò ad Agatha Christie che durante i suoi viaggi in Francia, si era spinta fino ad Honfleur, dove avevano vissuto Alexandra fino alla sua morte e Danielle, prima di partire per la Cornovaglia.
Là, Annie era andata a vedere una mostra di quadri antichi ed aveva scovato una tela che raffigurava una specie di mago che chiamavano l’alchimista.
Parlando con gli abitanti di Honfleur, Annie era venuta a sapere che nella prima metà del 1700, costui era diventato famoso per misture d’amore che vendeva soprattutto a donne di malaffare. Tuttavia la sua fama, aveva raggiunto anche la nobiltà ed un giorno, si raccontava, che una donna bellissima si fosse rivolta a lui, per chiedergli di prepararle un filtro speciale, che preservasse per sempre la sua bellezza. Era il 1786.
In un libello dell’epoca, che Annie aveva trovato ad Honfleur in Rue Jean Denis, si narrava di come molte donne che si erano rivolte al sedicente mago, erano morte a causa delle sostanze venefiche che egli usava negli intrugli che preparava, mentre di altre non si era mai saputo nulla. Alexandra Moreau scomparve in circostanze misteriose, all’età in cui Danielle aveva presumibilmente tre anni e qualche mese dopo, l’alchimista fu ritrovato con la gola tagliata sotto un albero al “Bois du Breuil”.
Di Alexandra non si seppe più nulla e il suo ricordo, fu semplicemente legato ad un nome.
Questo è quanto Annie raccontò alla signora Christie.
La scrittrice inglese, decise allora che una volta terminato il romanzo “Sipario”, si sarebbe dedicata alla stesura di qualcosa di nuovo: niente meno che un libro che prendeva ispirazione dai misteri di quella casa e di quella donna che l’aveva abitata anni prima.
Per giorni si rintanò nella sua casa, spingendo la sua fantasia fino all’inverosimile, distaccandosi nettamente dai temi narrativi che l’avevano resa famosa e cercando di immaginare il probabile seguito di quella storia avvolta dal mistero. Giunta alla parola fine del suo nuovo romanzo, esclamò: “Eureka”!
Nella sua finzione, la signora Christie aveva immaginato che Alexandra era venuta a sapere delle pozioni che preparava l’alchimista e nel tentativo di suggellare in eterno la sua bellezza, si era fatta preparare una mistura che di fatto risultò essere letale. Bevendola, la donna morì all’istante e divenne essa stessa una bambola. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Era questo il prezzo da pagare, una sorta di patto scellerato con la morte, in cambio dell’eterna giovinezza. Qualche anno dopo la sua morte, Danielle salì in soffitta e in una specie di trance cadde addormentata. Nel sogno incontrò sua madre, perfetta ed immortale come la bambola che Danielle aveva abbandonato ad Honfleur; accettò di bere l’altra metà del veleno che Alexandra le offrì e che rappresentava il prezzo necessario per potersi ricongiungere alla madre. Danielle rinunciò ad una vita mortale in cambio dell’amore: una sorta di maledizione teneva unite le due donne, in vita come nella morte.
Agatha, si ritenne abbastanza soddisfatta di quanto la sua fantasia avesse sfornato e presto avrebbe affidato il manoscritto al suo editore di fiducia, raggiungendo un pubblico più vasto di quello che era abituato a leggere i suoi romanzi gialli.
Quella notte la signora Christie rimase insonne; stava pensando al titolo da dare al libro, una specie di romanzo gotico, molto surreale a dire il vero, quando decise di alzarsi dal letto e di attizzare il fuoco nel camino. Fu allora che venne interrotta da alcuni rumori che provenivano dalla soffitta. Non c’era mai stata a dire il vero e appoggiata al bastone, decise che tutto sommato le sue gambe la reggevano ancora bene. Uno dopo l’altro, salì i gradini che conducevano nei piani alti della tenuta e aperta la porta, con in mano una candela che faceva luce nel buio della stanza, trovò un vecchio baule, ricoperto da un drappo rosso pieno di polvere.
Agatha lo aprì e vide appoggiato su un mucchio di lettere, un ritratto che ritraeva una donna con un abito giallo ed accanto ad esso, una bambola con un abito bianco ed un mantello color rubino.
Era valsa la pena di vivere, si disse, solo per godersi quel momento!
La celebre scrittrice scese nuovamente le scale, afferrò il manoscritto, lo scorse velocemente un’ultima volta e lo diede alle fiamme: in quell’istante decise di tenere per sé, I misteri di Torquay.
Stabilì allora di ripartire il giorno dopo e di conservare il ritratto di Alexandra e di regalare la bambola ad Annie Tyler. L’antiquaria cercò tra le mille cianfrusaglie della sua casa e finalmente trovò una scatola damascata ove ripose la bambola. Agatha lasciò nuovamente Torquay e passò gli ultimi mesi della sua vita a Wallingford. Era il 1976.
Torquay, Maggio 1996
Annie Tyler mostrò il contenuto della scatola, e lentamente adagiò tra le mani di Fletcher una bambola. L’uomo la maneggiò con cura e non poté che ammirarne la perfezione del viso e la minuscola bocca, ma fu colpito dalla malinconia dei suoi tratti che non si sarebbero detti affatto infantili, ma di una giovane donna. Fletcher ringraziò l’antiquaria e le restituì la bambola e con il bottino della giornata se ne andò via.
Si accorse solo allora di avere le mani come se fossero state bagnate da qualcosa; guardando bene, sulle dita c’erano piccole gocce, calde al tatto, così calde da sembrare lacrime.
˜
Post scriptum
Torquay, posta in una baia nel Devon, è la città natale di Agatha Christie, mentre
Honfleur, si trova in Normandia.
Tutti i nomi sono di mia invenzione, eccetto quello di Agatha Christie e del romanzo “Sipario”, - che la scrittrice inglese scrisse realmente- , e dei luoghi della vicenda.
Ogni riferimento a persone e cose sono puramente casuali e frutto della mia fantasia.


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